Dalla Cina all’Abruzzo: i segreti dell’industria degli abiti falsi

Nella banda anche sarti che trasformavano i capi “neutri” utilizzando i marchi contraffatti
L’AQUILA
I marchi contraffatti delle griffe d’alta moda arrivavano dalla Germania. «Ma la provenienza», annota la guardia di finanza, «non era quella originaria, perché sui pacchi vi erano delle scritte in lingua cinese». Dai contatti all’estero fino ai laboratori tessili in cui i capi “neutri” venivano trasformati in abiti (tarocchi) di lusso, le fiamme gialle hanno scoperto tutti i segreti dell’industria del falso con base in Abruzzo. Una serie di indizi, raccolti grazie a pedinamenti, intercettazioni telefoniche e sequestri, che hanno spinto la Direzione distrettuale antimafia dell’Aquila a chiedere 19 arresti per interrompere i redditizi affari di «una vera e propria organizzazione criminale», per usare le parole del pubblico ministero Andrea Papalia. Sarà il giudice Giulia Colangeli, dopo gli interrogatori preventivi di ieri, a decidere se disporre le misure cautelari: la procura ne ha sollecitate cinque in carcere e 14 ai domiciliari.
IL MECCANISMO
A capo dell’«associazione per delinquere», sostiene l’accusa, c’è un 62enne frentano che, «con la fattiva collaborazione dell’intero nucleo familiare», vale a dire i tre figli e la moglie, ha creato «un’articolata rete organizzata di traffico illecito di merce con segni distintivi contraffatti con basi logistiche nella zona di Lanciano e di San Vito Chietino». I principali indagati hanno dunque costituito una banda, «con ruoli ben delineati», capace di realizzare e commercializzare merce tarocca. Più nel dettaglio, il numero uno dell’organizzazione garantiva l’arrivo di capi da trasformare in «prodotti appartenenti a note griffe dell’alta moda». Per fare questo si è avvalso di un noto ricamificio di Cepagatti e di due sarti: uno lavorava a pochi chilometri di distanza, l’altro a Manoppello. Quando i vestiti erano pronti, era sempre il capo – aiutato, al solito, dai parenti – a rifornire, tramite vari corrieri, i negozi d’Abruzzo, in particolare una boutique di Chieti, e di altre cinque regioni, vale a dire Marche, Lazio, Campania, Calabria e Puglia.
LE INTERCETTAZIONI
Nel corso delle intercettazioni telefoniche, osserva il pubblico ministero, è stato possibile decifrare anche «il linguaggio in gergo o criptato usato dagli indagati». Gli «stock» erano i capi di abbigliamento farlocchi, mentre la parola «cartellini» indicava le etichette che riproducevano i marchi e i segni distintivi di note ditte di moda. Quanto alle griffe, «P.R.L.» stava per Polo Ralph Lauren, «B.B.» per Burberry e «F.P.» per Fred Perry. Secondo gli inquirenti, il linguaggio in codice dimostra «la comune consapevolezza degli indagati in ordine alle attività illecite svolte».
IL MAXI SEQUESTRO
La famiglia che guidava «il sodalizio criminale», oltre a essere in grado di produrre, utilizzare e smerciare “in proprio” etichette con marchi falsi, se ne riforniva in modo sistematico reperendole «illecitamente in mercati clandestini prevalentemente stranieri». La conferma è arrivata il 10 dicembre 2024, quando il principale indagato e uno dei figli sono stati bloccati a bordo della loro auto, a Pescara, poco dopo essersi allontanati dalla filiale di una ditta di spedizioni, con due pacchi appena ritirati pieni di capi d’abbigliamento e di marchi contraffatti. Più nel dettaglio, sono spuntati 12 cappellini Polo Ralph Lauren, 6.250 etichette della stessa griffe e 5.600 di Burberry. Dall’analisi dei telefoni sequestrati a padre e figlio sono emersi i contatti, risalenti al 2022 e al 2023, con una donna cinese che mostrava «l’intero campionario di etichette» appartenenti proprio a Ralph Lauren, Burberry, Fendi e Louis Vuitton. Le immagini in questione sono precedute da una lunga trattativa in merito al prezzo d’acquisto.
I LABORATORI
I finanzieri sono arrivati a individuare anche i laboratori tessili. In uno, per esempio, il noto “cavallino” della Ralph Lauren veniva ricamato su almeno 50 cappelli e berretti non originali. Un sarto, invece, tra il 2020 e il 2024 ha eseguito in numerose occasioni tagli, ricami e alterazioni di adesivi su vestiti – sempre non originali – per «imitare pedissequamente» i capi delle collezioni di noti brand di moda.
GLI INTERROGATORI
Ieri mattina 17 indagati sono comparsi davanti al giudice e hanno fornendo la propria versione dei fatti, respingendo le accuse. Due commercianti teatini, invece, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere: il loro legale ha presentato una memoria. I difensori sono, tra gli altri, gli avvocati Paolo Sisti, Umberto Di Primio, Cristiano Sicari, Vincenzo Menicucci, Emidio Bugliosi, Domenico Frattura, Pasquale De Laurentiis, Angelo Gangi, Gaetano Vitale e Vincenzo Morriello.
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