Eufrasia, la nonnina delle carriole

9 Marzo 2010

A 93 anni sulla sedia a rotelle a spostare macerie: «Non ho ancora una casa»

L’AQUILA. Non si è mai arresa di fronte alle avversità della vita: giovane vedova emigrante, con 4 figli da tirare su. E oggi, a 93 anni, seppure «prigioniera» di una sedia a rotelle, combatte una nuova battaglia per la sua città. Eufrasia Angelantoni, la «nonnina» del popolo delle carriole, era in prima fila, domenica, per liberare il centro dalle macerie. 50 anni passati in via Castello e un desiderio: tornare a casa. «Sembra che all’Aquila i problemi siano risolti», dice Eufrasia, «in Tv si vedono immagini di case nuove e belle, ma io non ho niente, dopo una vita di duro lavoro».

«Sono tante le famiglie che non hanno ancora una casa», aggiunge, «per questo ho deciso di partecipare alla manifestazione. Per rivedere la mia città, i posti dove sono vissuta a lungo».
Nonna Eufemia, quattro figli, sette nipoti e due pronipoti, ne ha di storia da raccontare. Emigrante in Venezuela agli inizi degli anni Novanta, dove ha seguito il marito, Adelmo D’Ignazio, carpentiere, dopo pochi mesi è rimasta vedova. In Italia aveva lasciato, affidati alle cure della sorella, i quattro figli: Marcella, Franca, Francesco e Maria. Tempi duri, di fame e povertà estrema. Nel viaggio di ritorno dall’America del sud, Eufrasia Angelantoni è stata protagonista di una nuova disavventura: la nave su cui viaggiava, la «Bianca C» prese fuoco. Si ritrovò naufraga sull’isola di Tenerife. Il resto è storia recente: anni trascorsi nella stireria dell’ospedale San Salvatore, dove la conoscono tutti, e ad accudire la numerosa famiglia. Nel 1994 una malattia l’ha relegata sulla sedia a rotelle.

Fino a quel tragico 6 aprile, quando Eufresia era sola in casa, nel palazzo «Caressa» di via Castello.
«Ho visto le mura aprirsi e venire giù», racconta, «pensavo fosse finita: ho avuto la forza di alzare il telefono e chiamare mio figlio, in via Garibaldi».
Solo dopo mezz’ora Eufresia è stata portata giù a spalla dal palazzo pericolante: qualche giorno in tenda e due mesi in una casa di cura a Rieti. Poi, è tornata a Coppito, dalla figlia Marcella. Ma il suo desiderio è un altro: avere una casetta dove vivere in tranquillità, circondata dall’affetto di amici e parenti. Ma per lei, sola e inferma, la Protezione civile non ha ancora trovato un alloggio.

«Domenica, alla manifestazione, ho incontrato tanta gente del quartiere», dice con il sorriso, «mi hanno abbracciata, come ai vecchi tempi. Se sarà di nuovo in piazza con il popolo delle carriole? Certo, questa è la mia città, dove ho visto nascere e crescere figli e nipoti. Conosco ogni strada e piazza del centro storico. Ricordo quando facevo la spesa al mercato di piazza Duomo o andavo in chiesa a San Massimo».

Abbassa lo sguardo Eufrasia. La voce, per un attimo, si incrina. I ricordi si mescolano all’emozione e all’amarezza di aver perso tutto: «Forse non rivedrò L’Aquila com’era prima del terremoto», afferma, «la mia città è sepolta dalle macerie. Non ho più una casa, ho perso tutto pur avendo passato l’intera vita a lavorare». Dalla sua sedia a rotelle, nonna Eufrasia ha raccolto pezzetti di macerie, che ha portato via. Accanto a lei, la figlia, Marcella. «Questa città deve rinascere grazie alla forza di tutti gli aquilani», dice.
Un monito che suona come un appello alla coesione e alla solidarietà.

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