l’intervista

Perdonanza. De Amicis suona la “Nona” e lascia con la diretta Rai: «È la mia ultima edizione»

10 Agosto 2026

Il direttore artistico annuncia l’addio: «Il percorso si chiude, ma il progetto rimane». Il grande evento inaugurale sulla prima rete: «Un sogno, questo è il punto più alto»

L’AQUILA

La Nona di Beethoven non fu pensata come un addio. Eppure la storia l’ha trasformata nell’opera del compimento: l’ultima sinfonia portata a termine, quella in cui un intero percorso sembra raccogliersi e trovare una forma definitiva.

Anche la nona Perdonanza del maestro Leonardo De Amicis avrà, per una coincidenza che a un musicista non può sfuggire, il sapore di un approdo. Sarà la sua ultima da direttore artistico, dopo nove anni trascorsi a ridisegnare il racconto della festa celestiniana senza cambiarne l’anima. E il congedo arriverà con quello che lui stesso considera «il punto più alto del percorso»: la serata inaugurale trasmessa in diretta, in prima serata, su Rai 1.

De Amicis, che cosa accadrà con la serata inaugurale su Rai 1?

«Rai 1 ha ricevuto il mio progetto editoriale e, con alcuni accorgimenti, è diventato un evento in diretta. Una sorta di coedizione: un programma Rai in diretta dall’Aquila».

È stato difficile ottenere il sì?

«È stato un percorso lungo e articolato, se ne parlava già da due o tre anni. Ma alla fine devi portare un progetto: se non vuoi che la serata diventi il “marchettificio” estivo, devi mettere sul tavolo del prime time contenuti, ospiti e identità. È il risultato di un percorso che ha richiesto unione di forze e una forte condivisione di intenti. Accanto al mio lavoro artistico, è stato determinante l’impegno istituzionale del sindaco Pierluigi Biondi, presidente del Comitato Perdonanza e del vicesindaco Raffaele Daniele, coordinatore di tutte le edizioni che ho avuto l’onore di dirigere».

Perché era fondamentale la diretta?

«Potevano anche registrarlo e trasmetterlo dopo, ma non l’avrei accettato. Se porti in televisione una Perdonanza che ha più di sette secoli devi poter dire: “In diretta dall’Aquila”. È questo che ha un effetto dirompente».

Quale?

«Significa innanzitutto spiegare la Perdonanza. Noi aquilani la conosciamo, ma chi accende il televisore a Vigevano o a Catania deve capire in quattro o cinque minuti cosa sta accadendo all’Aquila. Il primo effetto dirompente è entrare nelle case della gente senza chiedere permesso».

Parliamo potenzialmente di milioni di persone.

«Sì. La Perdonanza diventa un brand nazionale, non più soltanto dell’Aquila o dell’Abruzzo. Si è parlato tanto di diffonderla: questo è il metodo più potente. Per me è un risultato straordinario: francamente, un sogno».

Come ha scelto gli artisti?

«Ho scelto anche artisti che hanno incontrato e conosciuto la Perdonanza, che l’hanno “sentita”. Qualcuno all’Aquila potrà dire: “Questo l’ho già visto”, ma dobbiamo raccontare la Perdonanza all’Italia».

Ci saranno Morandi, Ranieri, Sal Da Vinci, Masini, Cristicchi, Sayf. E anche momenti di parola.

«Sì. È un palinsesto da Rai 1, ma deve rispettare esattamente la Perdonanza. Parleremo del perdono e dell’Aquila con un linguaggio semplice, comprensibile a tutti. Deve essere una serata televisiva, ma dentro la Perdonanza».

Come si apre una serata così?

«Con la parte iconica, con Celestino V, con il Fuoco del Morrone che arriva. Una cosa bella».

È stato complicato adattare il format ai tempi televisivi?

«Non particolarmente. Bisogna concentrare alcune cose: in televisione non puoi permetterti numeri lunghi quindici minuti. Ma non modifico il contenuto autoriale. Voglio parlare del perdono in maniera moderna. Sayf, per esempio, rappresenta i giovani: il suo apporto non sarà soltanto artistico, ma anche di opinione».

Perché la parola “perdono” va raccontata in modo moderno?

«Può sembrare una cosa soltanto di Chiesa, ma non lo è. Dal perdono scaturiscono pace, amore, fratellanza, accoglienza. Voglio far capire che il messaggio di Celestino V è rivoluzionario ed è moderno».

Questa diretta è il punto più alto delle sue nove Perdonanze?

«Sì, assolutamente. È un punto d’arrivo, un giro di boa, la conclusione di un percorso. È stato, e continua a essere, un lavoro di squadra. Perché progetti di questa portata non si costruiscono da soli: occorrono visione, fiducia reciproca e persone capaci».

Quanto ha inciso sulla decisione Rai L’Aquila Capitale italiana della Cultura 2026?

«Secondo me sarebbe accaduto comunque».

Era un obiettivo che aveva immaginato da tempo?

«Sì, ma con l’aiuto di tutti: una cosa così non la fai da solo».

Sarà la sua ultima “firma”?

«Sì, chiudo un percorso. Poi rimanere consulente, essere a disposizione, è un altro discorso. Ma penso che la Perdonanza debba essere acquisita anche da altre teste, possibilmente più giovani. Deve sopravvivere a me, a tutti. Il progetto ora oggi esiste e può essere reiterato».

Che cosa pensa di aver lasciato?

«Qualcosa di positivo e, quantomeno, di strutturato. Rimango a disposizione della città, ma questo ciclo si chiude dopo nove anni di esperienze e responsabilità portate avanti fino in fondo, qualche volta anche contro tutti».

A cosa si riferisce?

«Al Teatro del Perdono, per esempio, oppure alla scalinata di San Bernardino. Decisioni che lì per lì possono renderti impopolare, poi capisci che togliendo una cosa e mettendone un’altra fai la differenza».

Che Perdonanza vorrebbe lasciare?

«Capace di continuare con una scia potente. E questa scia non è “chi viene a cantare”. Ancora oggi qualcuno mi chiede: “Chi ci porti?”. Non conta chi ci porti, ma cosa metti dentro e cosa racconti. Con i soldi compri quasi qualsiasi artista, ma non compri i contenuti, non compri Celestino V: appartiene a questa città ed è un motore potentissimo».

Nella serata inaugurale ci sarà spazio anche per San Francesco?

«Sì, perché è l’ottocentenario della morte e voglio fare un parallelo. Sono due figure illuminate. Percorsi diversi, ma alla fine il messaggio di fondo arriva allo stesso punto. Il parallelo è stato al centro anche di un confronto con il ministro Gianmarco Mazzi, che desidero ringraziare per l’attenzione e la sensibilità con cui ha accolto il progetto. Da quel confronto è nato infatti un dialogo con il Ministero del Turismo, che proprio in questo anno così significativo sta sostenendo e valorizzando il turismo religioso, con l’obiettivo di contribuire alla realizzazione del nostro programma e di dare ancora maggiore forza a un racconto che mette in relazione spiritualità, cultura, storia e territorio».

Se guarda alla prima Perdonanza e poi a questa, cosa vede?

«La prima era un foglio bianco con degli scarabocchi e con i miei ricordi di quello che rappresentava per noi giovani. Mi sono detto: non bisogna toccare i contenuti, ma rimodellare la piattaforma culturale».

In quale direzione?

«Per me è una grande festa popolare, ma con principi altissimi e un livello culturale ormai assodato. Bisognava ricostruire un disegno, darle uno schema logico e raccontabile e riempirlo di contenuti. L’autostrada è sempre stata larga e l’abbiamo percorsa a grande velocità».

E oggi quel foglio com’è diventato?

«Oggi vedo un disegno completato. Naturalmente migliorabile, perché sarebbe assurdo dire: va bene così e basta».

La diretta Rai può diventare anch’essa un’eredità?

«Sì. Se viene gestita bene può essere reiterata l’anno prossimo. Dipenderà da chi verrà».

La politica si accapiglia ancora sulla Perdonanza...

«L’ho sempre detto e lo ripeto, lo scriva grande: l’arte e la cultura sono un’autostrada che non può viaggiare sullo stesso livello della politica. La politica non la deve sfiorare: la deve aiutare, da qualsiasi parte provenga».

Vede il rischio di un’appropriazione politica della cultura?

«È l’errore più grande. La cultura è di tutti, di destra e di sinistra. Si parla troppo di “questo è mio, questo è tuo”, anche a livello nazionale. Basterebbe dire: questo è bello, questo non mi piace. Il bello lo mantieni, chiunque l’abbia proposto; quello che non piace lo migliori».

È quello che ha fatto anche con “I Cantieri dell’Immaginario”?

«Certo. Non li ha inventati questa amministrazione. Ma perché avrei dovuto cambiare un nome straordinario e un’intuizione così bella? Se vogliamo rispettare la città, le cose che funzionano vanno rispettate. Una cosa, però, voglio dirla».

Prego.

«Questa amministrazione non mi ha mai imposto una linea. Ho fatto questa cosa per diversi anni pro bono, ma l’ho detto dall’inizio: se avessi visto la mia persona strumentalizzata per un fine politico, avrei smesso».

Le sembra che oggi il confronto politico sia troppo aggressivo anche sui temi culturali?

«Sì, c’è molta aggressività e francamente non la amo. Se pensi di avere ragione politicamente scrivi il tuo progetto e fai capire alla gente perché è migliore».

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