Spycam all’Aquila, attesa la decisione del giudice sugli arresti domiciliari per l’indagato

Sono stati richiesti dal pm. Intanto il 56enne, interrogato in aula, ha negato di avere reso noti i filmati degli inquilini: «Non ho diffuso quei video», la sua difesa davanti al giudice
L’AQUILA. «Non ho diffuso né tanto meno venduto nessuno di quei video. Ho iniziato per curiosità, poi non sono riuscito a fermarmi». Lo ha ribadito con forza il barista di 56 anni improvvisatosi regista occulto del grottesco reality girato nei bagni e nelle camere da letto dei suoi stessi inquilini, tutti scritturati a loro insaputa. E lo ha fatto di fronte al giudice per le indagini preliminari, Giulia Colangeli, nel corso dell’interrogatorio di garanzia di ieri, a palazzo di giustizia dell’Aquila. Un interrogatorio svoltosi rigorosamente a porte chiuse, con l’aula piantonata da un folto cordone di agenti di polizia e carabinieri, così da tenere alla larga giornalisti e curiosi, vista l’eco mediatica che la vicenda ha suscitato, già oggetto di trasmissioni e dibattiti televisivi. Con l’imputato, non a caso, fatto entrare in aula in modalità protetta da una porta sul retro. Poi una mezz’ora per rispondere alle domande del giudice su quelle microcamere piazzate negli arredi degli ambienti più intimi di quei nove appartamenti di cui è proprietario, poi affittati a studenti e allievi della Scuola ispettori e sovrintendenti della Guardia di finanza, tutti spiati chissà da quanto tempo.
Infine la porta che si apre e il legale del 56enne, l’avvocato Roberto De Cesaris, che prende la via dei giornalisti mostrandosi disponibile a rispondere alle loro domande. Negli stessi istanti, due agenti di polizia scortano invece indagato e familiari da tutt’altra parte, al riparo da quegli obiettivi da un paio di settimane rivoltatiglisi contro, dopo mesi in cui ne padroneggiava decine in esclusiva. Quando guadagna l’uscita sono ormai le dieci, il cielo è sereno e la possibilità di precipitazioni prossima allo zero. Eppure lui esce imbacuccato, giubbino beige e cappuccio sulla testa, neanche ci fosse bufera. Poco più in là due agenti di polizia giudiziaria lo precedono, scortandolo insieme ai suoi familiari – anche loro imbacuccati – fino a un furgone fermo ad attenderli tutti fuori dai cancelli posteriori del tribunale, alla larga da fotografi e giornalisti.
Poi la partenza verso casa, dove forse sarà ristretto in attesa delle conclusione delle indagini preliminari. Tutto dipende, infatti, da cosa deciderà il giudice, che ieri si è riservata di prendere una decisione in merito all’accoglimento della richiesta degli arresti domiciliari a carico dell’indagato formulata dal pubblico ministero, Andrea Papalia. Oppure se accogliere, invece, la richiesta di una pena alternativa presentata dal difensore del 56enne, che pure ha provato a mitigare la misura in cambio del divieto di avvicinamento a quella palazzina trasformata all’insaputa di chiunque in un set cinematografico, oltre che alle persone fino a poco tempo fa sotto i riflettori di webcam e microcamere, tutte sapientemente piazzate dall’indagato.
«Ribadisco fortemente che il mio assistito si è sempre dichiarato innocente per quanto riguarda la diffusione dei video acquisiti», ribadisce l’avvocato De Cesaris, quando il suo assistito è già andato via. Restiamo in attesa che il gip possa emettere un provvedimento in ordine alla richiesta degli arresti domiciliari da parte del pubblico ministero. Noi abbiamo chiesto una misura alternativa alla detenzione, quale quella del divieto di avvicinamento agli avventori delle unità immobiliari e il divieto di avvicinamento alla struttura dove sono state rinvenute le telecamere. Anche perché», spiega, «mi sento di escludere sia il divieto di fuga quello di inquinamento delle prove, atteso che è già stato sequestrato tutto ciò che era nella disponibilità del mio assistito. E soprattutto non ravvisiamo il pericolo di reiterazione del reato, atteso che non ci sono altre unità abitative a disposizione dell’indagato da poter affittare. Le uniche sono quelle nelle quali sono stati fatti tutti gli accertamenti».
Secondo l’avvocato del 56enne, dunque, l’inchiesta dovrebbe restare circoscritta ai soli filmati girati in quella palazzina alla periferia Ovest dell’Aquila. Anche se poi, a proposito dell’inizio di quelle trasmissioni direttamente visualizzabili sul suo telefonino, afferma: «Andavano avanti da più di un anno». Laddove è proprio quel “più” a far tremare chi in quegli appartamenti ci ha vissuto in passato. Ovviamente nell’interrogatorio è stato affrontato anche il tema degli 80 mila euro trovati nella disponibilità dell’uomo. Il legale ha fornito documentazione della movimentazione economica dell’attività commerciale. Il 56enne, inoltre, ha detto di non aver avuto alcun complice. Oggi il verdetto del giudice.
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