Torino, la testimonianza di un poliziotto marsicano: «Organizzazione militare, noi eravamo troppo pochi»

Francesco Roselli, 49 anni di Gioia dei Marsi, colpito con pietre in testa e al petto: «Un’orda barbarica. Si davano il cambio per aggredirci, tiravano anche mattoni»
GIOIA DEI MARSI. «Ci chiamano eroi, ma la definizione migliore è... folli». È arrivato a Torino ormai da molti anni, partito dalla piccola frazione di Casali d’Aschi, nel comune di Gioia dei Marsi, per inseguire la sua passione: indossare la divisa della polizia. Il sogno nel cassetto fin da ragazzino. Poi il giro d’Italia: in servizio dal 2000, anno del giuramento, è arrivato nel capoluogo piemontese dove ha trovato l’amore e costruito la sua famiglia.
Francesco Roselli, 49 anni di cui quasi la metà passati con la divisa della polizia indosso, è uno degli agenti rimasti feriti negli scontri di Torino. Impegnato anche sindacalmente nel direttivo Siulp, Roselli è segretario di sezione del reparto Mobile della questura torinese. Contro di lui, sabato pomeriggio una raffica di sassi che lo hanno colpito in più punti del corpo: due alla testa, fortunatamente riparata dal casco antisommossa, poi al petto.
I suoi occhi hanno visto quell’inferno impazzito che alla fine del corteo li ha presi d’assalto nel buio, lanciando verso di loro bombe carta, oggetti di qualsiasi tipo tra cui un martello con cui è stato ferito il collega Alessandro Calista, 29 anni di Catignano, dimesso dall’ospedale ieri pomeriggio. «La violenza non va mai confusa con la libertà», è il messaggio di solidarietà che il Comune di Gioia dei Marsi ha rivolto al suo concittadino, «senza se e senza ma dalla loro parte. Le istituzioni non si toccano».
Francesco, come sta?
«Acciaccato. Ma tutto sommato abbastanza bene. È stata veramente dura».
Vi aspettavate una reazione del genere durante il corteo?
«Sapevamo che sarebbe stata una giornata dura. Conosciamo bene le dinamiche degli antagonisti torinesi che ieri sono stati supportati da tutta Italia e dall’estero. Erano tanti, troppi per noi. Ma abbiamo tenuto e resistito con tutto quello che potevamo riportando quasi cento feriti tra le forze dell’ordine. A volte ci chiamano eroi, ma la definizione migliore è folli».
Cosa ricorda di quelle ore di guerriglia?
«Hanno iniziato a lanciare di tutto: pietre, bombe carta, razzi ad altezza uomo e incendiari. Il nostro mezzo di servizio è stato dato alle fiamme. Molti di noi, me compreso, sono stati colpiti con pietre, mattoni e pezzi di selciato. Ci hanno causato fratture e contusioni».
In che punto è stato colpito?
«La botta più forte è stata sul gomito. Altre due sulla testa, protetta dal casco, e poi sul petto».
I gruppi incappucciati come si muovevano?
«Ci attaccavano frontalmente come un’orda barbarica dandosi cambi sistematici tra di loro. Erano organizzati militarmente. Noi per proteggerci cercavamo di trovare il modo di respingerli, ma eravamo troppo pochi per quel fronte così vasto. Si parla di cinquanta contro più di un migliaio».
Quando è arrivato a Torino?
«Sono arrivato a Torino da giovane, col passare del tempo mi sono costruito una carriera e una famiglia nella nuova città adottiva ma nel cuore porto sempre l’Abruzzo e un profondo attaccamento alla patria e alla divisa della polizia di Stato».
Perché la scelta di indossare la divisa ed essere in prima linea per gli altri?
«Il mio sogno era da sempre questo: lavorare in polizia. Da adolescente adoravo le crime story, fare indagini. Nel 2000, dopo la scuola, ho fatto il giuramento allo Stato. Poi mi sono ritrovato in questo reparto “speciale”, ho imparato il mestiere e ho continuato su questa scia».
Ricorda gli inizi della sua carriera?
«Sono nato nei reparti mobili, prima Roma poi Torino. Addestrato all’Antisommossa e all’ordine pubblico in generale».
La politica tutta ha condannato la guerriglia e le feroci aggressioni nei confronti delle forze dell’ordine che svolgevano un servizio pubblico. Cosa ne pensa?
«Giusto che ognuno esprima una condanna su quello che è successo. Ma, sinceramente, preferisco stare fuori da queste dinamiche. Io servo il mio Paese proteggendo la democrazia e la libertà della sua gente».
Conosce Alessandro, anche lui?
«Alessandro è di un altro reparto, di Padova, non lo conosco personalmente. È molto più giovane di me».
©RIPRODUZIONE RISERVATA

