Pescara, minaccia la ex: «Ti butto nel fosso». Un 26enne condannato a 4 anni

Il pm Anna Benigni
Maltrattamenti in famiglia, stalking e danneggiamento: ecco i reati contestati a un giovane. La convivenza si trasforma in un incubo quotidiano: strumentalizzata anche la figlioletta
PESCARA. Maltrattamenti in famiglia, stalking e danneggiamento sono i tre reati per i quali un pescarese di 26 anni, A.L., è stato condannato ieri dai giudici del tribunale a 4 anni di reclusione oltre al risarcimento dei danni in favore della ex convivente che verrà deciso in sede civile. La pubblica accusa, il pm Anna Benigni, aveva concluso la sua requisitoria chiedendo la condanna a 4 anni e mezzo, mentre la parte civile (rappresentata dall’avvocata Annalisa Cetrullo) aveva ribadito i passaggi essenziali della vicenda che prese le mosse dal 2020 ed andò avanti fino a quando il gip Francesco Marino non emise (su richiesta della procura) una misura cautelare di divieto di avvicinamento con braccialetto elettronico per l’imputato. Il difensore di quest’ultimo, l’avvocata Martina Liberatore, ha tentato di fornire al collegio una diversa lettura degli avvenimenti, ma la misura cautelare, nella quale erano stati riportati fatti e circostanze ben precise, oltre alle dichiarazioni di una serie di testimoni che nel tempo avevano avuto occasione di assistere anche alle performance dell’imputato, si è dimostrata un passaggio insuperabile.
Una convivenza che era iniziata nel 2020, arricchita dalla nascita di una bambina che alla fine, come spesso accade in casi del genere, sarebbe stata anche strumentalizzata da parte del padre che non aveva accettato la decisione della donna di troncare quell’insano rapporto fatto di insulti quasi quotidiani (stando a quanto riferito dalla parte offesa) e anche di episodi di violenza fisica e minacce come quando l’imputato «le disse che voleva portarla al “fosso di Silvi” per buttarla dove non l’avrebbero più ritrovata», come riportato nella misura. Ma a far precipitare la situazione fu il nuovo rapporto che la donna instaurò con un altro uomo, peraltro amico del suo ex.
Fu da allora che si passò allo stalking con una serie infinita di telefonate (ben 51 contatti in soli due giorni), di minacce, di inseguimenti con l’auto dove la vittima era in compagnia del nuovo uomo, per arrivare forse al culmine, quando l'imputato arrivò a far credere alla donna che la bambina, che in quel momento si trovava con lui, stava male: «P. di m., la bambina sta male, sta morendo, ha una emorragia interna, è colpa tua», mostrandole una foto che ritraeva la bimba davanti al Pronto soccorso di Atri. Tutto falso anche perché la donna si attivò subito con l’ospedale dove le confermarono che nessuna bambina si era presentata in quelle condizioni. Il gip decise per la misura cautelare imponendo all’'uomo il braccialetto elettronico e, nel caso si fosse rifiutato, il divieto di avvicinamento si sarebbe trasformato in detenzione in carcere. Adesso arriva la condanna e il risarcimento danni per la ex convivente.
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