Castel di Sangro

Jaconi e l’impresa epica: «Così nacque il miracolo Castel di Sangro»

24 Giugno 2026

Trent’anni fa la storica promozione dei giallorossi in serie B. Intervista all’allenatore Osvaldo Jaconi: «Non sapevamo di fare la storia»

CASTEL DI SANGRO. Per tutti, quello realizzato quel 22 giugno del 1996 allo Zaccheria di Foggia, battendo ai rigori l’Ascoli nella finale play-off di C1, è “Il miracolo”. Una delle più belle favole del calcio italiano, raccontata da giornalisti, scrittori e registi anche fuori dai confini nazionali, è stata scritta da Osvaldo Jaconi, allenatore lombardo, oggi 79enne, trent’anni fa eroe in Abruzzo alla guida del piccolo Castel di Sangro. Domani, nel centro montano dell’Alto Sangro, inizia la due giorni di celebrazioni e amarcord con tutti i protagonisti di quella straordinaria avventura.

«Abbiamo una chat con quei ragazzi, siamo rimasti sempre in collegamento. Ci mandiamo i saluti e gli auguri. E a volte escono fuori cose che, a distanza di anni, nemmeno conoscevo: leggo ancora battute e goliardate e mi scappano grandi risate. Domani saremo tutti a pranzo da Angelo Petrarca, il nostro massaggiatore. È un bel ricordo, a trent’anni di distanza. C’è tanta gente dietro questa storia ancora così viva: è merito di chi la racconta, la celebra, e la tiene in vita. È stato, ed è ancora, un qualcosa di poco comune...».

Mister, dopo 30 anni si è reso conto di aver realizzato un’impresa unica?

«Non sapevamo di fare la storia. Né io, né i ragazzi, né Gabriele. Eravamo una società come tante, che cercava di far bene il suo lavoro. Se ci fossimo accorti di quello che sarebbe successo in seguito, forse non ce l’avremmo fatta. Noi facevamo il nostro ogni giorno, senza sapere che sarebbe diventata un’impresa indelebile nel tempo».

Il 22 giugno del 1996, negli spogliatoi dello Zaccheria, cosa ha detto ai suoi ragazzi?

«Non c’è stata una frase particolare quel giorno. Fu diverso l’anno prima, quando salimmo dalla C2 alla C1: dopo l’ultimo allenamento, scrissi una frase di uno scrittore sulla lavagna: “Niente di splendido è mai stato raggiunto, se non da coloro che hanno avuto il coraggio di credere che qualcosa dentro di loro era più forte delle circostanze”. I ragazzi la guardarono e andarono via perplessi. Un attimo dopo arrivò il presidente Gravina e scrisse sotto quella frase una cifra. Era il premio promozione. Mi disse: “Osvaldo, vedrai che questa la capiranno di sicuro”».

Al termine dei supplementari, contro l’Ascoli, ha spiazzato tutti mandando in porta il secondo portiere Spinosa per i rigori. Agli occhi di tutti sembrò una follia.

«Spinosa in settimana l’avevo visto più sereno, lo avevo osservato e aveva parato più e meglio di De Iuliis prima della partita. Resta una scelta un po’ pazza, ma dimostra una cosa: io ero libero di fare quello che volevo, avevo la fiducia totale del presidente Gravina. Anche in semifinale era successo qualcosa di simile: ricordate il gol di Sasà D’Angelo contro il Gualdo? Ho messo un difensore al 2’ di recupero, togliendo un attaccante. Gravina era furibondo, ma me lo rivelò solo molto tempo dopo. Proprio D’Angelo ha segnato il gol che ci ha portati allo spareggio. Grazie al presidente, lavoravo con la mente libera. Prima di quel match, mi contattò Massimino per andare a Catania l’anno successivo. Lo dissi a Gravina e lui mi diede carta bianca per quel colloquio. Io rifiutai, ma la dimostrazione di fiducia, anche lì, fu totale».

Parlando di scelte libere, ma lungimiranti, ricordiamo anche la mutazione tattica di due attaccanti, Tonino Martino e Pietro Fusco, presi dal Lanciano.

«Con me sono diventati difensori, arrivando qualche tempo dopo in serie A. Ma non ho inventato nulla, ho cercato solo di fare il meglio possibile per la squadra e per i calciatori. Diversi ragazzi arrivati in B sono andati in A: Martino, Fusco, Bonomi, Altamura e altri. Eravamo partiti dalla C2 ed eravamo sconosciuti, pochi anni dopo tutti parlavano di noi».

A lei il miracolo Castel di Sangro ha cambiato la vita?

«A me no, qualcosa avevo già vinto prima. Ma è chiaro che aver portato in B un paesino di 5mila anime, che si è ritrovato a giocare in un suo stadio da 10mila posti, il doppio della popolazione, è stato qualcosa di epocale».

Quel gioiello del “Teofilo Patini”, oggi casa estiva del Napoli e Centro tecnico federale spesso teatro di partite delle Nazionali giovanili, forse non esisterebbe oggi senza quel trionfo del 1996.

«Vero, forse non sarebbe mai esistito senza la nostra impresa. Ricordo un episodio di allora: alla fine del campionato di B 1996/1997, in cui ci salvammo in casa contro il Pescara, uscendo dal Patini una signora mi fermò e disse: “Grazie per aver rialzato le sorti economiche di tutto l’Alto Sangro”. E quello era solo l’inizio...».

Eppure lei non ha mai allenato in serie A. Rimpianti?

«No. Forse mi è mancato qualcosa, sia da giocatore che da allenatore. A Livorno, prima della B, diedi le dimissioni in piena estate, dopo la promozione, lasciando un anno di contratto. Motivo? Questioni di principio. Ai tifosi dissi: ricordatemi non per la promozione, ma per essere andato via per non rovinare tutto quello che abbiamo costruito. La strada maestra della mia carriera è stata il buonsenso, oggi merce rara».

A Castel di Sangro furono emozioni forti, nel bene e nel male. Le morti di Guido Biondi e Filippo Di Vincenzo, l’arresto di Prete (ingiustamente accusato per una vicenda spaccio di cocaina in cui era coinvolta la moglie).

«Quelle tragedie potevano scombussolarci. In estate ci davano non più di 15 punti, eravamo spacciati per tutti. Invece nel dolore siamo diventati sempre più forti. Ogni domenica, i ragazzi portavano in campo le maglie di Guido e Pippo. Allenavo uomini veri. E se vuoi vincere spesso, servono proprio gli uomini. Il ricordo più forte? La gioia dopo l’ultimo rigore parato in finale...».

Qual è la tua Castel di Sangro? C’è un posto del cuore?

«La Trattoria Da Marcella: è diventata nostra mamma in quei quattro anni e mezzo. Sia io che i calciatori scapoli eravamo lì a pranzo e cena, sempre da lei. Se qualcuno stava male, lei tirava subito fuori aspirine, sciroppi... Ha tre figli che ora hanno investito e sono proprietari dell’hotel del paese in cui va in ritiro il Napoli. Tutta la nostra intesa nasceva dentro quel ristorante».

Un miracolo nato in trattoria. Che storia! Nessuna impresa simile nel calcio italiano ha avuto la stessa potenza mediatica negli anni successivi.

«Non chiamatelo miracolo perché Gravina si arrabbia... quel termine non dà il senso pieno di quello che è stato. Siamo stati un tutt’uno con il paese: lavoro, organizzazione, impegno. Io sono stato accolto e adottato, come i ragazzi. Poi Gravina fece il resto, era un visionario: inventò il terzo tempo e l’area hospitality».

Dispiaciuto che il suo presidente non sia più ai vertici del calcio italiano?

«Il calcio deve farlo chi ha sempre fatto calcio... ma in Italia non ci riusciamo: l’esclusione di Baggio ne è l’esempio. Baldini? Io l’avrei tenuto come ct della Nazionale: dice le cose che deve dire. È fuori tempo solo perché va di moda qualcos’altro. Ma io la penso come lui. E anche i tifosi, ne sono certo».