Marco Riccioni: vita in mischia con la grinta abruzzese

Il pilone si racconta tra la Nazionale e i suoi successi in Inghilterra: «Il mio sogno è portare l’Italia almeno ai quarti di finale di un Mondiale, questo gruppo è fantastico»
L’AQUILA
L’entusiasmo è dilagante intorno allo stadio Fattori dell’Aquila per l’Italrugby che si è ritrovata agli ordini del ct Gonzalo Quesada in vista della Nations Championship a cui gli azzurri parteciperanno dal prossimo 4 luglio. Occhi puntati anche sul pilone Marco Riccioni, classe 1997, cresciuto sportivamente nella sua Teramo prima di esplodere definitivamente proprio all’Aquila. Un posto speciale per lui che ha colto l’occasione per ripercorrere la sua carriera, attraverso un’intervista esclusiva al Centro, dai primi passi con la palla ovale fino all’emozione di indossare la maglia dell’Italia.
Riccioni, che effetto le fa allenarsi all’Aquila?
«Sono già alcuni anni che veniamo al Fattori per prepararci alle partite estive ed è bellissimo, anche perchè purtroppo non ho spesso molte occasioni di tornare a casa durante la stagione e vedere la mia famiglia a Teramo. Per di più, ci stiamo allenando con un clima perfetto perché sarà simile a quello che troveremo tra il Giappone e l’Australia».
A proposito della Nations Championship, come arriva l’Italia?
«Siamo reduci dal miglior Sei Nazioni della nostra storia, sebbene avremmo potuto fare anche qualcosa in più. Siamo un gruppo esperto con tanti giovani affamati: questa competizione ti mette nella condizione di affrontarla in modo diverso a un classico test match, richiede un mindset speciale».
Che clima si respira nello spogliatoio?
«Il gruppo è eterogeneo, ci sono veterani e giovani, ma il gap generazionale non è così netto. Si respira un clima rilassato ed entusiasta. Oggi per i giovani è più facile entrarvi, sebbene in ogni ruolo ci sia grande competizione e le convocazioni sono spesso un momento arduo per chi deve selezionare i migliori in assoluto».
Per alcuni ci sarà l’esordio, si ricorda il suo in Nazionale?
«Era il 10 agosto 2019 a Dublino contro l’Irlanda in un’amichevole in preparazione ai Mondiali. Sinceramente non ricordo nulla, perché dal momento dell’inno italiano sono stato catapultato in un mix di emozioni indescrivibile. È stato bellissimo. Quindi vedere ragazzi giovani che si apprestano a vivere una situazione simile non può che farmi piacere».
Guardando alla sua carriera nei club, si è appena conclusa l’esperienza con i Saracens di Londra ed è prossimo a trasferirsi in Francia.
«Si, dopo cinque anni fantastici in Inghilterra, credo che il mio ciclo sia finito. Ho vinto la Premiership nel 2023 (il campionato inglese, ndr), e sentivo l’esigenza di cimentarmi in nuove sfide dopo aver dato il massimo. In occasione delle coppe europee, ho avuto modo di affrontare diverse squadre francesi e si capisce che quel campionato al momento sia il più competitivo in Europa. Ripartirò dal Perpignan (club in cui militano altri due giocatori italiani Tommaso Allan e Pietro Ceccarelli, ndr), una squadra in ricostruzione e che ha firmato anche Sevu Reece degli All Black. È una piazza storica francese e arrivarci prima del Mondiale 2027 mi dà una carica in più per fare meglio».
Inghilterra e adesso Francia. Lei rappresenta uno dei migliori talenti prodotti dal rugby abruzzese: come vede lo stato di salute del movimento rispetto ai suoi primi anni tra Teramo e L’Aquila?
«È cambiato molto, ci sono diverse società abruzzesi che offrono una grande vetrina nazionale ai propri tesserati. Tuttavia, nonostante gli ottimi risultati della Nazionale, non c’è ancora una cultura della palla ovale nel centro-sud Italia e questo, purtroppo, si riscontra anche nella nostra regione dove le società fanno fatica a portare avanti grandi progetti. Non si sta male, ma si potrebbe fare di più. Credo fermamente che, in questi casi, le amministrazioni locali debbano ricoprire un ruolo più attivo nella valorizzazione del rugby, sostenendo i club in un progetto di crescita. Sono contro la retorica che i campioni escano solo dai grandi vivai, io sono l’esempio concreto che si possa arrivare in alto partendo da una piccola realtà».
A proposito di questo, come nasce l’amore per la palla ovale?
«Un po’ per caso. Io e mio fratello Simone eravamo due bambini irrequieti e, dopo la separazione dei miei genitori, nostra mamma cercava uno sport per farci sfogare. Ne abbiamo provati diversi, fin quando ci siamo innamorati del rugby. Poi io ho proseguito, mentre Simone ha scelto di buttarsi su Giurisprudenza alla Luiss a Roma».
Qual è stato il compagno di squadra che l’ha segnata di più per il talento espresso?
«Davvero tanti, ma se dovessi dire due nomi faccio quelli di Owen Farrell che è una sorta di Cristiano Ronaldo del rugby, ci ho giocato quattro anni insieme ed è di un’altra categoria. Poi le dico Billy Vunipola, un esempio in campo in termini di leadership vera».
Un sogno nel cassetto per la sua carriera?
«Vorrei portare l’Italia per la prima volta nella storia almeno ai quarti di finale di un Mondiale, mentre guardando alla mia prossima squadra, mi piacerebbe vincere il campionato francese con il Perpignan che manca l’appuntamento dal 2009».
In chiusura, fuori dal campo di gioco, cosa le piace fare nel tempo libero?
«In generale sono un amante sfegatato dei videogiochi (ride, ndr). Però cerco di passare molto tempo con i miei compagni per cementificare quelle relazioni che poi sono decisive in campo. E poi ho il mio cane Tyson con cui condivido tanto tempo».
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