«A Panama un’esperienza molto forte»

19 Febbraio 2019

Don Federico Palmerini: a Chitré un frate di Paganica ha fondato la chiesa dedicata a Sant’Antonio da Padova

L’AQUILA. È stata una full immersion di quindici giorni, quella di Panama, per la delegazione aquilana che ha fatto parte del gruppo della Regione ecclesiastica Abruzzo-Molise (53 in tutto), al quale si è associato quello della diocesi di Latina.
Sono i pellegrini che hanno partecipato alla Giornata Mondiale della Gioventù (Gmg), a Panama dal 23 gennaio al 3 febbraio. I ragazzi partiti dall’Aquila, uno della parrocchia di Paganica e due da Roio, uno da quella di Poggio e l’altro da Santa Rufina, sono stati guidati da don Federico Palmerini, responsabile del servizio diocesano per la Pastorale giovanile. Per don Federico è stata la quinta Gmg, la prima a 18 anni in Germania, a Colonia, nel 2005; poi nel 2011 a Madrid, da seminarista; nel 2013 a Rio de Janeiro; nel 2016 a Cracovia e quest’anno a Panama.
Don Federico, che tipo di esperienza è per un giovane, la Gmg? Lei l’ha vissuta a 18 anni e ora da sacerdote.
«È un’esperienza che segna su più fronti. La prima è l'accoglienza: abbiamo trovato un calore molto forte. In Brasile eravamo stati accolti nelle favelas, un’area in condizioni di estrema povertà. A Panama, invece, che conta solo 4 milioni di persone, di cui un milione vive nella capitale, l’accoglienza è stata diversa».
Le altre esperienze?
«La seconda esperienza, molto significativa, è stata incontrare giovani provenienti da tutto il mondo (erano rappresentate 150 Nazioni): la stessa fede in Gesù mette in comunione il ragazzo aquilano con quello dello Sri Lanka, della Bolivia, Australia: modalità diverse di approccio alla chiesa cattolica, ma con un fuoco comune, l’amore per Gesù. Questo ha colpito molto i ragazzi. E poi l’importanza della dimensione personale dell’esperienza: in genera stare in mezzo alla folla può distrarre (i dati ufficiali parlano di 600/700mila giovani dutante la veglia e la Santa Messa finale con Papa Francesco, ndr), può impedire di fare un percorso profondo interiore. Invece i giovani sono riusciti a cogliere momenti personali molto significativi».
Da cosa sono rimasti colpiti in particolare?
«Soprattutto dai gesti e dalle espressioni del Papa nei suoi discorsi. E anche da qualche punto particolare vissuto nelle catechesi insieme ai vescovi. Ma bisogna essere un po’ preparati, altrimenti si tratta di un fuoco di paglia. Se viene affrontato con spirito giusto, invece, può essere un’esperienza molto forte. Ci sono anche giovani coppie di sposi, che si sono conosciuti alla Gmg e sono tornati con i figli piccoli, con i passeggini».
Insomma, sembra di capire che oltre alla forte esperienza spirituale, ce n’è una relazionale altrettanto forte.
«Sì, sono quelle che nascono, sia all'interno del gruppo, che fuori. Un esempio: già ieri (domenica scorsa) un buona parte del gruppo della Regione ecclesiastica Abruzzo-Molise, si è ritrovata in una parrocchia di San Salvo».
A Panama come vi siete sistemati?
«Siamo stati accolti dalle famiglie. E poi da tanti volontari. Panama è una nazione a forte vocazione cattolica. Il pellegrinaggio è stato diviso in due momenti: il primo, gli incontri con il Papa; nella seconda settimana c’è stato il gemellaggio con la comunità locale, a Chitré, dove siamo stati ospitati in una scuola agostiniana. La prima settimana l’abbiamo trascorsa a Panama capitale. Eravamo pochi i pellegrini italiani, un migliaio, a fronte dei 30mila di Cracovia nel 2016. Proprio per questo, siamo stati ospiti di un’unica comunità parrocchiale, Nostra Signora di Guadalupe, a casa di più di 500 famiglie. Questo ci ha permesso di partecipare alle catechesi con tutti i vescovi italiani, guidati dal cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei e arcivescovo metropolita di Perugia, che ogni giorno presiedeva la Messa. La nostra delegazione era guidata da tre vescovi: il “veterano” – perché ha partecipato a tutte le Gmg, dal 1985 a oggi –, come lo ha chiamato lo stesso cardinale Bassetti, monsignor Pietro Santoro, vescovo di Avezzano, che ha tenuto le fila dell’organizzazione per la nostra delegazione, anche perché è responsabile della Pastorale giovanile per l’Abruzzo e il Molise; poi il vescovo di Sulmona-Valva, monsignor Michele Fusco; e il vescovo di Isernia-Venafro, monsignor Camillo Cibotti, oltre a me e ad altri 5 sacerdoti».
Quanto costa partecipare alla Gmg?
«Ogni diocesi si regola. I ragazzi a livello personale pagano una quota. Ai nostri giovani, uno maggiorenne e due minorenni, la Gmg di Panama è costata circa 1.000 euro – ma dipende molto anche dal luogo, perché a Cracovia, ad esempio, si è speso molto meno perché è più vicino – e la diocesi dà un contributo. L’età dei partecipanti va da 15 a 35 anni. La prenotazione si fa in diocesi. C’è un pacchetto garantito di buoni pasto e agevolazioni nei trasporti. Non c'è dispendio di soldi per strutture ricettive. Spesso facevamo colazione dalle famiglie, che ci ospitavano con grande entusiasmo e volevano che restassimo anche a pranzo e cena, ma si usciva alle 8 e si rientrava alle 20».
Cosa vi ha colpito di Panama?
«Il segno molto forte lasciato dai frati minori francescani d’Abruzzo: sono stati lì in missione diversi anni, da metà Novecento a oggi. Sono andato nella parrocchia di Sant’Antonio da Padova – che lì chiamano San Antonio de Padua –, zona Miraflores, dove i panamensi vanno a pregare giorno e notte. Lì è un santo paragonabile al nostro San Padre Pio da Pietrelcina. E poi, per più di 30 anni è stato parroco un frate minore di Paganica, padre Giuseppe Rotellini, che è stato anche colui che ha curato la costruzione della chiesa. Ho parlato con uno dei frati di oggi, lo ricordano come padre Josè. È morto prima del terremoto del 2009 ed è seppellito a Paganica. Ma ci sono stati anche altri frati aquilani, come padre Edmondo De Amicis, di Fossa, padre Leonardo Iovenitti, sempre di Paganica».
Il cibo? Cosa avete mangiato?
«Soprattutto pollo e riso, ma abbiamo apprezzato anche la cucina locale. E tantissima frutta tropicale».
Una frase che è rimasta scolpita nella mente e nel cuore dopo il pellegrinaggio?
«La messa finale del Papa: quando ha detto che “noi siamo abituati a sentire che i giovani sono il futuro... in realtà i giovani sono il presente, anche perché il tempo di Dio è sempre l’oggi. E di non vivere “nel frattempo”, come se i giovani dovessero aspettare il domani”. Abbiamo riflettuto molto su questa frase e dedotto: se i giovani sono il futuro, vuol dire che il presente è di qualcun altro».
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