Addio a Giorgio Zecca, pioniere del volo

27 Marzo 2017

Oggi, alle 11, i funerali dell’imprenditore nella parrocchia di Pettino. Il ricordo dell’amico Battista

L’AQUILA. Ieri è morto, a 75 anni, il noto imprenditore Giorgio Zecca. I funerali si svolgeranno questa mattina, alle 11, nella chiesa parrocchiale di San Francesco a Pettino. Da anni aveva fondato un’azienda che con il marchio “Yo yo helicopter" fa volare L’Aquila nel mondo. Dal mercato nazionale all’est Europa, fino alla Cina. Elicotteri ultraleggeri, con caratteristiche proprie della classe superiore utilizzata nell’Aviazione generale, progettati e realizzati a due passi dall’aeroporto di Preturo. Un’azienda che sta conquistando nuove fette di mercato, imponendosi come leader nel settore: nata negli anni Ottanta per iniziativa di Zecca, come ditta di manutenzione e revisione tecnica, in breve tempo diventa centro assistenza Robinson Helicopter gettando le basi per la sperimentazione di un innovativo velivolo: il modello “Yo yo”. Nel 2001 il figlio Davide Zecca ha dato vita ad una nuova identità aziendale fondando l’Aero Eli Servizi, che ha come missione la produzione di elicotteri ultraleggeri, con tutti i servizi connessi.

Ecco il ricordo di Zecca da parte dello storico Vincenzo Battista, suo amico. «Giorgio Zecca», scrive, «il pioniere del volo all’Aquila, conosciuto alla fine degli anni ’80, da allora, ininterrottamente, ha “firmato”, pilotando aerei ed elicotteri, tutti i miei libri: un valore aggiunto editoriale, ma soprattutto, per me che scattavo immagini, una lunga esperienza emozionale e un’importante amicizia (per raccontarla per intero non so che cosa basterebbe) che non mi ha mai lasciato, spesso la rivivo, soprattutto adesso, scrivendo questa nota, pensando a Giorgio. Quella sua faccia buona, tranquilla, professionale, quando mi aggrappavo, le prime volte del volo, con le mani al sediolino senza il portellone dell’elicottero, e lui a fianco a me girava la testa, mi sorrideva, mi tranquillizzava e poi via per il Gran Sasso, il Velino, la Majella, il Sirente e poi tanto ancora. Gli dicevo “la nostra Africa” quando, con l’elicottero, si abbassava sul lago di Campotosto quasi a sfiorarlo e le folaghe sbattevano le ali sul pelo dell’acqua e si alzavano, oppure rincorrendo una mandria di cavalli, sui prati del Sirente, bassi, quasi a vedere le criniere sbattute dal vento: solo lui poteva fare quelle cose. A monte Ocre, con l’elicottero, si affiancò a un’aquila che non ci degnò di uno sguardo».

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