Al Museo delle ceramiche per raccontare una città

14 Luglio 2022

Sono 1.600 i reperti visibili, 12mila quelli emersi durante le opere di restauro

L’AQUILA. Piatti, brocche, scodelle, boccali, tazze e tazzine possono raccontare la storia di una città? Sì, possono. La “prova” è nel Museo delle ceramiche allestito in un luogo simbolico dell’Aquila definito erroneamente Reggia Angioina in realtà storico convento dei Domenicani e oggi sede della Corte dei Conti e dell’Avvocatura dello Stato. Per quasi 200 anni il convento è stato letteralmente manomesso e utilizzato come sede militare e carceraria (diventò famoso in Italia nel settembre 1992 perché vi furono rinchiusi presidente e assessori della giunta regionale abruzzese coinvolti in un’indagine sulla concessione di fondi europei). Alla fine degli anni Novanta del secolo scorso (quando il penitenziario fu spostato nella nuova sede a Costarelle di Preturo) i funzionari del Provveditorato alle opere pubbliche incaricati di progettare il restauro si trovarono di fronte ad ambienti stravolti e quasi irriconoscibili. Persino lo splendido chiostro era stato chiuso e di fatto diventato invisibile. Il recupero fu fatto a “regola d’arte” tanto che il convento è stato uno dei pochi edifici della città a resistere alle scosse del 2009.
LA SCOPERTA
Nel corso dei lavori di restauro fu fatta una incredibile scoperta. A una profondità di alcuni metri gli operai cominciarono a trovare “pezzi” di oggetti in ceramica (alla fine se ne sono contati più di 12.000; 1.600 quelli esposti), qualcuno miracolosamente intatto. Ma come è stata possibile la conservazione? Una ipotesi è che in un certo periodo storico i pozzi dove veniva attinta l’acqua diventarono inservibili e furono trasformati in “discariche” dove veniva gettato ciò che era ritenuto non più utile. Il fango ha poi ricoperto e “protetto” tutto. L’intuizione di chi soprintendeva ai lavori fu quella che quei frammenti fossero una testimonianza storica eccezionale da conservare e mostrare. Dopo anni di stop and go finalmente il “miracolo” si è compiuto. E tutto è stato reso possibile da una collaborazione fra enti pubblici che non è sempre così scontata.
GLI ENTI COINVOLTI
Alla presentazione, nel porticato del chiostro dell’ex convento di San Domenico in via Buccio di Ranallo, c’erano il rettore dell’Università dell’Aquila, Edoardo Alesse, la dirigente della Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio dell’Aquila e Teramo, architetta Cristina Collettini, e il provveditore alle Opere pubbliche, Gennaro Di Maio. Presenti anche l’architetto Maurizio D’Antonio che si è occupato per anni del restauro dell’ex convento, la funzionaria archeologa della Soprintendenza dottoressa Alberta Martellone; i professori Alfonso Forgione e Michele Maccherini, docenti, rispettivamente, di Archeologia cristiana e medievale e di Storia dell’arte moderna al Dipartimento di Scienze umane. Tutti hanno ribadito l’importanza della collaborazione fra enti pubblici per raggiungere risultati di valore culturale.
POMAQ
Il Museo delle ceramiche di San Domenico fa parte del più ampio polo museale dell’Università, il Pomaq, a cui si può rivolgere (c’è un sito internet) chi vuole visitare l’esposizione. Il rettore Alesse ha tenuto a ribadire il forte interesse dell’Ateneo a organizzare e gestire spazi culturali da rendere fruibili ai cittadini (a breve ci saranno altre novità). Il direttore Univaq, Pietro Di Benedetto, ha sottolineato che l’Ateneo da anni utilizza i fondi del 5 per mille solo per iniziative a favore della città.
COME VISITARLO
Per visitare la collezione è stato predisposto un calendario di aperture programmate: domani su appuntamento dalle 17.30 alle 19.30; sabato 16 luglio su appuntamento dalle 17.30 alle 19.30; domenica 17 luglio su appuntamento dalle 17.30 alle 19.30. Per le settimane successive, le date, soggette a variazioni, saranno tempestivamente comunicate sul sito del Pomaq, che contiene anche le informazioni relative alle visite alle altre collezioni. Per informazioni e prenotazioni scrivere a ceramichedisandomenico@pomaq.it.
PARLA D’ANTONIO
L’architetto Maurizio D’Antonio a lungo funzionario del Provveditorato alle Opere Pubbliche è apparso uno dei più emozionati per il risultato raggiunto. È stato lui che si è occupato in prima persona sin dal 2000 del restauro del convento e conosce benissimo ogni pietra dell’antico edificio. «Il percorso che ci ha portato a oggi» ha detto D’Antonio «è stato possibile grazie a una serie di protagonisti che è doveroso ringraziare. Innanzitutto l’Università dell’Aquila che ha accettato di gestire a fini didattici questo patrimonio culturale; la Corte dei Conti che ha agevolato la realizzazione di questo spazio di conservazione ed esposizione; la Soprintendenza che ha consentito e agevolato il passaggio di questo materiale dal Provveditorato all’Università. Nel tempo i lavori hanno portato a raccogliere una quantità impressionante di reperti fittili ma anche documenti, monete, legni lavorati, elementi lapidei, tutti di straordinario interesse per la storia della città. Di questa attività occorre ringraziare le maestranze, l’impresa, il gruppo di lavoro del Provveditorato. L’enorme quantità dei reperti e l’evidente importanza degli stessi hanno indotto la redazione di uno studio e la catalogazione che è stata effettuata nell’arco diversi mesi da due esperti, Diego Troiano e Van Verrocchio. Il museo fu progettato dal gruppo di lavoro del Provveditorato e fortemente voluto dall’allora Provveditore aggiunto Giancarlo Santariga. In passato ci sono state difficoltà dovute alla fruibilità del luogo a causa della zona rossa. Le difficoltà legate a una diretta gestione da parte del ministero dei Beni culturali hanno ritardato l’apertura al pubblico. Poi, grazie alla sensibilità dell’ingegner Di Maio, al rapporto di stima con il professor Maccherini, che ringrazio, con l’assenso del Demanio e della Soprintendenza, sono state avviate le procedure per il passaggio della collezione e del locale nella disponibilità dell’Università che ha predisposto una efficace opera di divulgazione e valorizzazione».