Alesse: voglio laureati pronti per il lavoro

La missione del nuovo capo dell’Ateneo è ripristinare subito le strutture di Roio e riportare gli studenti nel centro storico
L’AQUILA. Formare laureati «appetibili» per il mondo del lavoro, senza correre dietro al numero degli studenti.
È un Ateneo che punti alla qualità e non alla quantità. C’è questo nella mission di Edoardo Alesse, 61 anni, ordinario di Patologia generale, originario di Leonessa (Rieti), ma aquilano di adozione, eletto giovedì sera alla guida dell’Università del capoluogo per i prossimi sei anni.
Un obiettivo in linea perfettamente con la strada già tracciata dalla rettrice uscente, Paola Inverardi.
Che emozioni ha provato quando per la prima volta ha varcato la soglia di Palazzo Camponeschi da rettore?
«Un’emozione bella, sono abituato a una vita tra laboratori, studenti, ricerca, sperimentazione. Questa elezione mi cambierà l’esistenza da ottobre in poi. In questi quattro mesi starò spesso insieme alla professoressa Inverardi, per dare continuità all’azione amministrativa. Mi aspetto molto aiuto nella fase iniziale. Stamattina ho trovato tanti sorrisi, ho visto tanta affabilità e soddisfazione in persone che verosimilmente mi hanno votato e che ora inevitabilmente hanno delle aspettative. Nulla è gratis».
Quali aspettative?
«Penso che l’aspettativa di tutti sia quella che l’Ateneo venga rafforzato come elemento centrale della comunità aquilana, soprattutto come elemento critico e magistero culturale. Lo farò in primis con l’esempio, con i miei atteggiamenti, con l’empatia».
C’è qualcosa di questo ruolo che le desta maggiore preoccupazione?
«Non ho hai avuto paura nella vita, per indole. Sono una persona ottimista e sono certo che questa Università, che è in uno stato di benessere, possa fare ancora meglio, possa contribuire ancora di più al progresso della comunità».
Ritiene che negli anni possa crescere il numero degli studenti?
«Il discorso sui numeri è marginale, non sostanziale. Possiamo avere mille studenti in più, ma l’importante è produrre un “materiale” umano formato e spendibile sul mercato, altrimenti i numeri non contano niente. I nostri laureati devono essere “appetibili” nel mondo del lavoro. Altrimenti faremmo un’opera pessima, anche da un punto di vista morale, perché le famiglie investono, spendono soldi per i loro figli e si aspettano che le Università li formino nella maniera più appropriata».
Nel 2007, 12 anni fa, lei si era già candidato alla carica di rettore contro Ferdinando di Orio, al suo secondo mandato. L’ermellino era da tempo il suo sogno?
«Per me quello fu una specie di battesimo importante, contro un candidato forte. Un uomo autorevole, con grossa esperienza anche fuori dall’Università, era senatore. Ebbi un risultato non banale, circa 280/300 voti. Da allora ho lavorato molto, ma non era il mio sogno diventare rettore: è stata una evoluzione di pensiero. Non ho mai fatto nulla per le poltrone o per le medaglie: mi sono trovato a fare cose molto più umili, come il tecnico di laboratorio, poi sono diventato professore, ho fatto il presidente del corso di studi, il direttore di più di un dipartimento, il coordinatore di corsi di dottorato. Il passo successivo non poteva che essere questo, altrimenti avrei dovuto mettermi a riposo, facendo ricerca e basta».
Quale è la prima azione che vorrà mettere in atto da rettore?
«La prima cosa a cui vorrei mettere mano è il ripristino delle strutture di Roio: riportare la totalità dei docenti di Ingegneria nella loro sede. Voglio promuovere, inoltre, quella che ho chiamato “quarta missione”, la sostenibilità intesa come sostenibilità dei trasporti, alimentare, della gestione dei rifiuti. Vorrei strutturare un gruppo di lavoro che si occupi di questo».
E per la residenzialità?
«Nella mia idea di Ateneo vi è un centro storico cittadino di nuovo popolato dagli studenti. L’Aquila deve integrare dentro la città i luoghi della didattica e della vita degli studenti. Non penso si possa pensare al modello del campus».
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