All’Aquila il primo nucleo dei francescani in Abruzzo

Gli atti del convegno per i 600 anni dalla fondazione del convento di San Giuliano In 900 pagine il lungo cammino e le vicende dei seguaci del poverello di Assisi
L’AQUILA. Il libro è di quasi 900 pagine. Farne una breve sintesi è impossibile. Basti sapere che dentro c’è tutto quello che oggi si sa del convento di San Giuliano e dei frati che nei secoli lo hanno abitato. Il titolo del volume è “L’Osservanza minoritica dall’Abruzzo all’Europa” ed è stato voluto dalla Deputazione di Storia Patria degli Abruzzi e curato da Lorella Aliucci, Maria Rita Berardi, Walter Capezzali, Valeria Valeri. Gli autori sono una trentina.
ATTI DEL CONVEGNO. Il “tomo” (edizioni libreria Colacchi) raccoglie gli atti di un convegno che si tenne nell’ottobre 2015 proprio nel convento di San Giuliano, con integrazioni rispetto alle relazioni originarie. Il convegno volle celebrare il sesto centenario della fondazione del Convento che diventò il primo insediamento in Abruzzo dell’Osservanza minoritica. L’idea di un incontro fra studiosi era nata qualche anno prima. A lanciarla sin dal 2008 era stato padre Giacinto Marinangeli (1919-2009) studioso francescano che ne parlò con Walter Capezzali presidente della deputazione Storia Patria. Ed è stato proprio Capezzali a ricordare, non senza commozione, l’episodio e il lavoro che c’è stato per non tradire la promessa fatta a padre Marinangeli.
SAN FRANCESCO IN ABRUZZO. Il libro si apre con un’introduzione di padre Carlo Serri che sottolinea che «il francescanesimo è arrivato presto in Abruzzo. San Francesco stesso», scrive Serri, «è venuto, visitando la Marsica, tra l’inverno del 1215 e la primavera del 1216 al tempo della celebrazione del Concilio Lateranense IV a Roma. Una seconda volta Francesco sarebbe venuto in Abruzzo dopo il suo viaggio in Oriente, negli anni 1221-1222. La predicazione evangelica francescana trovò un fertile terreno di sviluppo nella regione abruzzese che, pur essendo estesa su un piccolo territorio, ebbe presto un numero elevato di conventi. Come è stato sottolineato da padre Marinangeli», scrive ancora Serri, «la storia del francescanesimo in Abruzzo è caratterizzata da una certa propensione alla riforma, ossia da una tendenza spiritualista a rinnovare l’Ordine, per riportarlo alle origini più pure dell’esperienza di Francesco d’Assisi. Da questa tendenza riformatrice nacquero, nel corso del tempo, le varie correnti che presero il nome di “osservanza”, “più stretta osservanza” o “riforma”, “cappuccini”, “recolletti”, “scalzi”, “sacri ritiri”, correnti che si ispiravano tutte al progetto originale di San Francesco. Questa tendenza, che si definisce “spirituale” cercava di interpretare il francescanesimo secondo una più stretta fedeltà alle intenzioni pauperistiche di Francesco, espresse non solo nella Regola, ma anche nel Testamento. Questo anelito spirituale appare come il filo conduttore del francescanesimo in Abruzzo, la matrice di tutte le riforme e dei rinnovamenti che si sono compiuti nel corso della storia».
IL CONVENTO. Come nacque il convento di San Giuliano lo racconta nel libro la professoressa Maria Rita Berardi, docente di Storia medievale all’Università dell’Aquila e autrice di saggi di storia urbana. «È il 1415», scrive Berardi, «in quest’anno è stato fondato il convento di San Giuliano nel territorio di Santanza, a tre chilometri dal centro dell’Aquila. Santanza all’epoca è terra diruta e il popolo abita in città ed è questa Università che concede al nuovo insediamento religioso, in quest’anno, la chiesa abbandonata e la selva intorno a essa. Appena un anno dopo, il convento, circondato da fitti boschi di querce e di pini, addossato sulla roccia, piccolo e povero, con mura solo all’esterno mentre all’interno le cellette sono di legno, è abitato dai frati Osservanti di San Francesco: è il loro primo insediamento in Abruzzo».
I SANTI. Il volume è una miniera di spunti storici e religiosi. Largo spazio a due giganti della storia della Chiesa e della storia dell’Aquila: San Bernardino da Siena e San Giovanni da Capestrano. «Il 20 maggio 1444 muore in città, all’età di 66 anni, frate Bernardino da Siena e qui è sepolto nella chiesa conventuale di San Francesco», sottolinea ancora la professoressa Berardi. «Il 24 maggio 1450 viene canonizzato. Alle spese per il processo aveva contribuito sia l’università aquilana sia l’università senese, ma Dio aveva decretato, come si legge nella Vita Bernardini scritta da fra Giovanni Capestrano, che L’Aquila fosse la città in cui si dovesse venerare in eterno il corpo del Santo. La preziosissima reliquia avrebbe esaltato la città suscitando ammirazione e approvazione intensa ed entusiastica da parte dei pellegrini e mercanti che fossero giunti da tutta l’Europa, come era già accaduto, nella prima metà del Trecento, quando l’università aquilana insieme con i frati celestini-camerlenghi avevano perseguito la politica santuariale con il corpo di Papa Celestino conservato a Collemaggio. Era stato il sisma del 1349 e la distruzione della città che aveva vanificato questo ambizioso progetto».
POLITICA SANTUARIALE. Non è sempre facile trarre dalla storia spunti per l’attualità, ma in questo caso ci si può provare. La presenza dei resti mortali di Papa Celestino V e di San Bernardino da Siena potrebbe fare del capoluogo d’Abruzzo luogo di approdo di pellegrini da tutto il mondo. Chissà se quella “politica santuariale” pensata per L’Aquila già nel Medioevo non possa tornare utile per la città futura. Una parte molto ampia è dedicata ai restauri sia delle strutture murarie che, soprattutto, delle opere d’arte che si trovano nel convento di San Giuliano (restauri iniziati molto prima del sisma). Ne scrive in particolare la dottoressa Bianca Maria Colasacco. Fra l’antico conventino (il lochetto), la chiesa, la biblioteca, il museo, San Giuliano è un enorme scrigno di tesori. Per non parlare dell’ambiente naturale che circonda il convento il quale, nonostante qualche sfregio fatto dall’uomo, conserva ancora un grande fascino. La presentazione del volume è stata organizzata dalla Deputazione di Storia Patria in collaborazione con la Provincia di San Bonaventura dei Frati minori, nata dall’unione delle province di Lazio e Abruzzo (era presente il padre provinciale Luigi Recchia). Sono intervenuti il professor Alvaro Caciotti della Pontificia Università “Antonianum” e il professor Alfonso Marini (ofm) dell’Università “La Sapienza”.
L’APPELLO ALLA CITTÀ. Durante la presentazione è venuto fuori anche un messaggio-appello per la città. Padre Quirino Salomone ha sottolineato che il convento di San Giuliano non è solo dei frati bensì di tutta la città. Si tratta quindi di un patrimonio da valorizzare e “sfruttare” in maniera adeguata. Un concetto sottolineato anche da Colasacco a chiusura di una delle sue relazioni: «Al termine del faticoso impegno di salvaguardia e di valorizzazione di un complesso di straordinario interesse e di restituzione al ruolo e alla centralità che merita, è auspicio di chi scrive che San Giuliano assuma finalmente l’essenziale valore di risorsa: una risorsa di per sé infinitamente ricca, che attende di essere costantemente esplorata e compresa nelle sue molteplici valenze, favorendo la crescita culturale e spirituale del Paese».
LIBRI E RELIQUIE. Nel libro ci sono saggi di due giovani studiosi aquilani, Roberto Biondi, storico della Chiesa e Luca Ventura, anatomopatologo, i quali si sono occupati di aspetti solo apparentemente secondari. Biondi ci fa entrare nella biblioteca del convento di San Giuliano così come doveva essere alla fine del XVI secolo. Grazie a un codice conservato nella biblioteca Apostolica Vaticana oggi noi sappiamo quanti e quali libri c’erano in quella biblioteca (si tratta di un indice che fa parte di un’inchiesta Vaticana fatta per capire se i frati conservavano e magari leggevano anche libri all’epoca proibiti dalla Chiesa). Ventura parla degli studi scientifici sui resti mortali di alcuni frati “protagonisti” dell’Osservanza. Fra questi, naturalmente, San Bernardino da Siena. «All’enorme patrimonio religioso, storico e artistico lasciatoci dagli Osservanti», scrive Ventura, «possono contribuire in gran misura gli stessi corpi dei Santi e le reliquie appartenute in vita ai protagonisti del movimento. Qualsiasi resto umano dovrebbe, infatti, essere considerato un archivio biologico carico di informazioni assai utili per comprendere la storia dei personaggi vissuti in epoche precedenti la nostra. Grazie alle moderne tecniche biomediche è oggi possibile studiare i resti umani con approccio conservativo, cioè senza alterarne l’integrità, individuando importanti elementi utili a comprendere lo stato di salute e le malattie che colpirono i nostri antenati. Lo studio e la tutela delle Reliquie insigni dei Santi della religione cattolica è in grado di fornire elementi utili alla conoscenza scientifica e preservare il culto attraverso la conservazione degli oggetti stessi della venerazione religiosa». Un libro ricco e complesso quello della Deputazione Storia Patria, che non può essere letto tutto d’un fiato. Va apprezzato poco alla volta, partendo magari dalle curiosità e ponendo poi l’attenzione su vicende che sono parte essenziale della storia dell’Aquila, d’Abruzzo e per certi versi d’Europa.
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