Antonini: quelle chiese aquilane nell’infausto groviglio burocratico

Procedure bloccate, lentezze e danni: il nunzio apostolico lancia l’allarme a oltre 12 anni dal terremoto «Così si intralcia anche l’aiuto che la spiritualità può offrire nel trovare un senso alla pandemia»
Monsignor Antonini, lei è autore di un saggio dal titolo “Chiese extra moenia del Comune dell’Aquila prima e dopo il sisma”. Dopo oltre 12 anni dal sisma può dirci a che punto è la ricostruzione?
«Purtroppo il recupero post-sismico delle chiese del territorio aquilano è incappato prima in un infausto groviglio normativo e ora anche nelle problematiche legate al Covid. Il che, ritardando il ritorno delle popolazioni nelle chiese di provenienza, intralcia anche l’aiuto che la spiritualità può offrire nel trovare un senso a quanto accaduto. Il saggio da lei citato, uscito nel 2010 e curato da Vladimiro Placidi, riportava un 120 tra chiese e cappelle del solo territorio comunale aquilano fuori della città, sia funzionanti che non; tra esse, della novantina aperte fino al 2009, ne è stata recuperata una quindicina. Se si prendono in considerazione tutte le circa 470 architetture sacre tra chiese diocesane, conventuali, delle Confraternite e quelle di proprietà dei Comuni, nonostante l’impegno degli uffici preposti alla ricostruzione a 12 anni dal sisma ne sono state restaurate e riaperte al culto solo un 20%. E in maggioranza si tratta delle meno danneggiate, mentre per quelle più danneggiate sono intervenuti generosi sponsor: il Suffragio, San Pietro a Onna, San Gregorio, San Giuseppe dei Minimi, San Giuseppe artigiano. Altre sono in corso di riparazione, ma in parte bloccate al primo lotto o perché in attesa di ulteriore finanziamento o per complesse procedure amministrative. Del 70-80% restante, la stragrande maggioranza è ancora abbandonata a sé stessa, imbrigliata in puntellamenti e tiranti della prima messa in sicurezza. Spesso poi ci sono iter burocratici da far perdere la testa. La diocesi fin dall’avvio della ricostruzione post-sismica si disse disponibile alla nota formula “prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese”. Mi chiedo: non sarebbe dovuto essere arrivato già da tempo, per la loro valenza non solo religiosa, il turno delle chiese?»
Quali sono, secondo lei, le motivazioni che rallentano o impediscono la ricostruzione di questo importante patrimonio monumentale?
«Già il passaggio nel 2010 dal regime di emergenza a quello ordinario, senza attribuire alle autorità locali poteri di deroga adeguati al caso, gettava una ricostruzione come la nostra, reclamante regole straordinarie, nella palude burocratica italiana della ricostruzione pubblica. Poi, in particolare, si è avuta nel 2015 la legge 125 con la quale la ricostruzione delle chiese dalla sfera privata è stata passata alla pubblica. Non entro nel merito delle ragioni che portarono a una decisione del genere. Il risultato, di fatto, è stato un disastro per il nostro patrimonio chiesastico. A 12 anni dal terremoto, a parte la ricostruzione degli edifici di culto eminenti oppure perché sponsorizzati, grazie alla farraginosa trappola burocratica e a un codice degli appalti capestro che incutendo il cosiddetto “terrore di firma” paralizza le decisioni dei responsabili, la ricostruzione pubblica si è praticamente bloccata, pertanto anche la ricostruzione delle chiese. Non parliamo di casi di ricostruzione di edifici sacri che, iniziati col regime privato, passando al pubblico con la legge 125 predetta si son ritrovati impigliati in una matassa burocratica così intricata che solo adesso e solo in parte pare si stia sbrogliando: casi emblematici eclatanti ne sono la cattedrale di San Massimo e Santa Maria di Paganica, che restano lì tuttora scoperchiate a confusione e vergogna. Infine, vi è una penuria tale di personale negli uffici preposti alla ricostruzione che fa accusare gravi ritardi nell’iter di approvazione dei progetti e delle gare di appalto dei lavori».
I ritardi rischiano di provocare ulteriori danni?
«È evidente che le strutture murarie e decorative degli edifici di culto si deteriorano anno dopo anno, continuando a sbriciolarsi. Molto opportunamente l’Archeoclub Abruzzo ha lanciato in merito un allarmante Sos. Almeno le parrocchiali di pregio, sia in città che nei centri storici del suo territorio, andavano ricostruite in regime privato assieme alle abitazioni, come sta avvenendo per il sisma del Centro Italia, dove le Curie diocesane hanno potuto iniziare col più agile iter di cui ora dispongono la ricostruzione delle tante chiese distrutte o danneggiate. Vi sono casi come ad esempio la mia Villa Sant’Angelo (dove Antonini è nato e vive, ndr) in cui la chiesa parrocchiale mezzo diroccata blocca ancora la circolazione in uno snodo viario strategico, costringendo da ben 12 anni gli abitanti a fare lunghi giri per muoversi in auto, cosa non più tollerabile».
Quali i rimedi da adottare per accelerare il restauro e il recupero di questo patrimonio?
«Al governo sono state avanzate diverse proposte: la semplificazione delle procedure amministrative nella ricostruzione pubblica, ad esempio emanando quella legge quadro sulle calamità naturali chiesta nel 2019 prima dal governatore Marco Marsilio e poi dal sindaco dell’Aquila, Pierluigi Biondi; il potenziamento del personale nelle due Soprintendenze abruzzesi, che dagli originali circa 200 addetti, per i drastici ridimensionamenti della spending review nella pubblica amministrazione si sono ridotti a poche decine tra L’Aquila e Chieti, con la scomparsa di figure necessarie al funzionamento organico degli uffici. Nel Provveditorato interregionale alle Opere pubbliche la situazione non è migliore, considerato che la ricostruzione si aggiunge al carico di lavoro per gli interventi ordinari e così nel Segretariato regionale. Gli attuali titolari e il personale degli uffici predetti operano con sforzo e dedizione, ma fanno quello che possono. I politici e gli amministratori di tutto il cratere 2009 dovrebbero battere i pugni a Roma fino a ottenere la normativa adeguata che una ricostruzione post-sismica del genere esige».
Negli uffici preposti alla ricostruzione del patrimonio pubblico è in corso un consistente ricambio generazionale. Come vede questo ricambio?
«Effettivamente in questi anni il continuo succedersi di pensionamento dei funzionari e di buona parte del personale senza essere sostituiti ha lasciato gli uffici privi di dirigenti e sotto organico. Le gravi conseguenze per il patrimonio dei nostri beni culturali, in particolare le chiese, sono immaginabili, nonostante gli sforzi del personale superstite, e tutta l’attività di tutela subisce limiti e pericolosi ritardi. In tale situazione i funzionari di prima nomina non avranno tempo quindi possibilità di acquisire le necessarie notizie ed informazioni relative al territorio che andranno subito a gestire. Una ricostruzione quale il nostro caso reclama richiede infatti una conoscenza approfondita della nostra storia architettonico-artistica e una pratica prolungata nel trattamento dei vari dossier e nei cantieri».
Secondo lei quale ruolo il patrimonio ecclesiastico può giocare nella ripresa sociale ed economica della città?
«È a tutti noto che gli edifici di culto che costellano la città e i centri storici del territorio oltre che valenza religiosa hanno la funzione anche di rilevante potere sociale aggregativo, per i cittadini ancor prima che per il turista. Una ricostruzione almeno delle chiese parrocchiali, simultanea con le case, avrebbe rianimato i centri storici più di quanto non si sia verificato finora, spingendo a un loro più rapido ripopolamento e potenziando la proverbiale tenacia aquilana che con la religiosità che la caratterizza attiva una più forte resilienza. E tutti ormai ammettono che specialmente le chiese per la loro pregevolezza storico-artistica costituiscono, assieme alla natura e alla cultura, la sola risorsa a nostra disposizione per la creazione in loco di una forma nuova di economia di base imperniata sull’industria turistica che con un patrimonio d’arte pregevole come il nostro si può sviluppare, se sappiamo farlo. Potrebbe dirsi che per noi qui le chiese sono autentiche “fabbriche”. Se si lascia danneggiare il patrimonio chiesastico si compromette la nostra stessa ripresa occupazionale, mentre è proprio sullo sviluppo turistico che l’Abruzzo montano potrà contare per tentare di ridurre il divario economico col territorio costiero. E senza i nostri beni religiosi recuperati al loro ruolo ed al pubblico godimento viene compromessa anche la nostra speranza in una prossima compiuta ricostruzione fisica, psicologica, sociale e morale della città».
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«Purtroppo il recupero post-sismico delle chiese del territorio aquilano è incappato prima in un infausto groviglio normativo e ora anche nelle problematiche legate al Covid. Il che, ritardando il ritorno delle popolazioni nelle chiese di provenienza, intralcia anche l’aiuto che la spiritualità può offrire nel trovare un senso a quanto accaduto. Il saggio da lei citato, uscito nel 2010 e curato da Vladimiro Placidi, riportava un 120 tra chiese e cappelle del solo territorio comunale aquilano fuori della città, sia funzionanti che non; tra esse, della novantina aperte fino al 2009, ne è stata recuperata una quindicina. Se si prendono in considerazione tutte le circa 470 architetture sacre tra chiese diocesane, conventuali, delle Confraternite e quelle di proprietà dei Comuni, nonostante l’impegno degli uffici preposti alla ricostruzione a 12 anni dal sisma ne sono state restaurate e riaperte al culto solo un 20%. E in maggioranza si tratta delle meno danneggiate, mentre per quelle più danneggiate sono intervenuti generosi sponsor: il Suffragio, San Pietro a Onna, San Gregorio, San Giuseppe dei Minimi, San Giuseppe artigiano. Altre sono in corso di riparazione, ma in parte bloccate al primo lotto o perché in attesa di ulteriore finanziamento o per complesse procedure amministrative. Del 70-80% restante, la stragrande maggioranza è ancora abbandonata a sé stessa, imbrigliata in puntellamenti e tiranti della prima messa in sicurezza. Spesso poi ci sono iter burocratici da far perdere la testa. La diocesi fin dall’avvio della ricostruzione post-sismica si disse disponibile alla nota formula “prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese”. Mi chiedo: non sarebbe dovuto essere arrivato già da tempo, per la loro valenza non solo religiosa, il turno delle chiese?»
Quali sono, secondo lei, le motivazioni che rallentano o impediscono la ricostruzione di questo importante patrimonio monumentale?
«Già il passaggio nel 2010 dal regime di emergenza a quello ordinario, senza attribuire alle autorità locali poteri di deroga adeguati al caso, gettava una ricostruzione come la nostra, reclamante regole straordinarie, nella palude burocratica italiana della ricostruzione pubblica. Poi, in particolare, si è avuta nel 2015 la legge 125 con la quale la ricostruzione delle chiese dalla sfera privata è stata passata alla pubblica. Non entro nel merito delle ragioni che portarono a una decisione del genere. Il risultato, di fatto, è stato un disastro per il nostro patrimonio chiesastico. A 12 anni dal terremoto, a parte la ricostruzione degli edifici di culto eminenti oppure perché sponsorizzati, grazie alla farraginosa trappola burocratica e a un codice degli appalti capestro che incutendo il cosiddetto “terrore di firma” paralizza le decisioni dei responsabili, la ricostruzione pubblica si è praticamente bloccata, pertanto anche la ricostruzione delle chiese. Non parliamo di casi di ricostruzione di edifici sacri che, iniziati col regime privato, passando al pubblico con la legge 125 predetta si son ritrovati impigliati in una matassa burocratica così intricata che solo adesso e solo in parte pare si stia sbrogliando: casi emblematici eclatanti ne sono la cattedrale di San Massimo e Santa Maria di Paganica, che restano lì tuttora scoperchiate a confusione e vergogna. Infine, vi è una penuria tale di personale negli uffici preposti alla ricostruzione che fa accusare gravi ritardi nell’iter di approvazione dei progetti e delle gare di appalto dei lavori».
I ritardi rischiano di provocare ulteriori danni?
«È evidente che le strutture murarie e decorative degli edifici di culto si deteriorano anno dopo anno, continuando a sbriciolarsi. Molto opportunamente l’Archeoclub Abruzzo ha lanciato in merito un allarmante Sos. Almeno le parrocchiali di pregio, sia in città che nei centri storici del suo territorio, andavano ricostruite in regime privato assieme alle abitazioni, come sta avvenendo per il sisma del Centro Italia, dove le Curie diocesane hanno potuto iniziare col più agile iter di cui ora dispongono la ricostruzione delle tante chiese distrutte o danneggiate. Vi sono casi come ad esempio la mia Villa Sant’Angelo (dove Antonini è nato e vive, ndr) in cui la chiesa parrocchiale mezzo diroccata blocca ancora la circolazione in uno snodo viario strategico, costringendo da ben 12 anni gli abitanti a fare lunghi giri per muoversi in auto, cosa non più tollerabile».
Quali i rimedi da adottare per accelerare il restauro e il recupero di questo patrimonio?
«Al governo sono state avanzate diverse proposte: la semplificazione delle procedure amministrative nella ricostruzione pubblica, ad esempio emanando quella legge quadro sulle calamità naturali chiesta nel 2019 prima dal governatore Marco Marsilio e poi dal sindaco dell’Aquila, Pierluigi Biondi; il potenziamento del personale nelle due Soprintendenze abruzzesi, che dagli originali circa 200 addetti, per i drastici ridimensionamenti della spending review nella pubblica amministrazione si sono ridotti a poche decine tra L’Aquila e Chieti, con la scomparsa di figure necessarie al funzionamento organico degli uffici. Nel Provveditorato interregionale alle Opere pubbliche la situazione non è migliore, considerato che la ricostruzione si aggiunge al carico di lavoro per gli interventi ordinari e così nel Segretariato regionale. Gli attuali titolari e il personale degli uffici predetti operano con sforzo e dedizione, ma fanno quello che possono. I politici e gli amministratori di tutto il cratere 2009 dovrebbero battere i pugni a Roma fino a ottenere la normativa adeguata che una ricostruzione post-sismica del genere esige».
Negli uffici preposti alla ricostruzione del patrimonio pubblico è in corso un consistente ricambio generazionale. Come vede questo ricambio?
«Effettivamente in questi anni il continuo succedersi di pensionamento dei funzionari e di buona parte del personale senza essere sostituiti ha lasciato gli uffici privi di dirigenti e sotto organico. Le gravi conseguenze per il patrimonio dei nostri beni culturali, in particolare le chiese, sono immaginabili, nonostante gli sforzi del personale superstite, e tutta l’attività di tutela subisce limiti e pericolosi ritardi. In tale situazione i funzionari di prima nomina non avranno tempo quindi possibilità di acquisire le necessarie notizie ed informazioni relative al territorio che andranno subito a gestire. Una ricostruzione quale il nostro caso reclama richiede infatti una conoscenza approfondita della nostra storia architettonico-artistica e una pratica prolungata nel trattamento dei vari dossier e nei cantieri».
Secondo lei quale ruolo il patrimonio ecclesiastico può giocare nella ripresa sociale ed economica della città?
«È a tutti noto che gli edifici di culto che costellano la città e i centri storici del territorio oltre che valenza religiosa hanno la funzione anche di rilevante potere sociale aggregativo, per i cittadini ancor prima che per il turista. Una ricostruzione almeno delle chiese parrocchiali, simultanea con le case, avrebbe rianimato i centri storici più di quanto non si sia verificato finora, spingendo a un loro più rapido ripopolamento e potenziando la proverbiale tenacia aquilana che con la religiosità che la caratterizza attiva una più forte resilienza. E tutti ormai ammettono che specialmente le chiese per la loro pregevolezza storico-artistica costituiscono, assieme alla natura e alla cultura, la sola risorsa a nostra disposizione per la creazione in loco di una forma nuova di economia di base imperniata sull’industria turistica che con un patrimonio d’arte pregevole come il nostro si può sviluppare, se sappiamo farlo. Potrebbe dirsi che per noi qui le chiese sono autentiche “fabbriche”. Se si lascia danneggiare il patrimonio chiesastico si compromette la nostra stessa ripresa occupazionale, mentre è proprio sullo sviluppo turistico che l’Abruzzo montano potrà contare per tentare di ridurre il divario economico col territorio costiero. E senza i nostri beni religiosi recuperati al loro ruolo ed al pubblico godimento viene compromessa anche la nostra speranza in una prossima compiuta ricostruzione fisica, psicologica, sociale e morale della città».
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