Aula consiliare all’asta, sentenza ribaltata
Alfedena, mobili acquistati da un consigliere d’opposizione. In Appello il giudice dà torto al Comune
ALFEDENA. La Corte d’Appello dell’Aquila riforma la sentenza sulla vicenda giudiziaria che portò un cittadino di Alfedena ad acquistare all’asta i mobili dell’aula consiliare del municipio che erano stati pignorati perché il Comune non aveva pagato le bollette dell’Enel. Una decina d’anni fa, tutti gli arredi dell’aula del consiglio comunale andarono in vendita e ad acquistarli a una cifra irrisoria fu un oppositore del sindaco, Bernardo Di Giampietro, che li pagò uno sciocchezza e se li tenne per un po’ in cantina. Gli arredi erano impignorabili, perché destinati alla funzione del Comune e, così, fu accolta una opposizione proposta dal sindaco, ma Di Giampietro ormai aveva comprato e non voleva restituire. Da qui le ire del Comune di Alfedena, che però, invece di prendersela con l’Enel che aveva provocato la vendita di beni impignorabili, se la prese con il terzo acquirente e ne chiese la condanna al risarcimento dei danni, alla restituzione dei beni, alle spese, agli interessi. In primo grado il tribunale di Sulmona accolse tutte le domande del Comune. Una sentenza che è stata completamente riformata dalla Corte d’Appello, che ha di fatto scritto un piccolo trattato sulla responsabilità di chi partecipa alle aste e di quella dei creditori che fanno vendere beni impignorabili. Tra l’altro, il giudice Vincenzo Maccarone, già procuratore generale presso la Corte di Cassazione, ha sottolineato, come aveva sostenuto in appello il difensore Di Giampietro, l’avvocato Vincenzo Colaiacovo, che la temporanea qualità di consigliere comunale non poteva consentire al Di Giampietro di conoscere l’esistenza di un provvedimento di destinazione all’uso pubblico.
«Adesso Di Giampietro farà chiarezza anche sull’assurda condotta del Comune, che se l’è presa solo con lui senza nulla chiedere proprio alla creditrice Enel», annuncia Colaiacovo, «infatti, chiedendo il risarcimento all’Enel che aveva provocato la vendita dell’aula consiliare, avrebbe incassato oltre 13.000 euro, quantificati dal tribunale in primo grado, con interesse e spese processuali; e ora, invece, non prende niente, anzi deve addirittura pagare le spese della consulenza tecnica d’ufficio che aveva chiesto per dimostrare il pregio dei mobili venduti».©RIPRODUZIONE RISERVATA

