Banda del lusso, negati 19 arresti. Ma la procura presenta ricorso

22 Ottobre 2026

Il giudice: «Nessun rischio concreto che possano commettere altri reati o inquinare le prove»

L’AQUILA

Restano libere, almeno per ora, le 19 persone accusate dalla procura dell’Aquila di fare parte della banda che produceva e commercializzava abiti di lusso contraffatti. Il giudice per le indagini preliminari Giulia Colangeli ha negato gli arresti, respingendo le cinque richieste di custodia cautelare in carcere e le 14 ai domiciliari. Ma il pubblico ministero Andrea Papalia ha presentato ricorso al tribunale del Riesame, sollecitando la riforma dell’ordinanza e l’applicazione di tutte le misure.

Gli indagati sono finiti nei guai per aver “trafficato” otto tonnellate di abiti e accessori con marchi falsi di brand d’alta moda. Da Burberry a Dolce&Gabbana, da Gucci a Dior, da Chanel a Louis Vuitton, passando per Valentino, Versace e Brioni: gli inquirenti imputano loro di aver taroccato abilmente i loghi di almeno 42 griffe. La guardia di finanza, dunque, ha scoperto un’intera filiera illegale gestita da «una struttura organizzata» con sede in Abruzzo, in particolare nelle province di Chieti e Pescara, e «diramazioni» anche nelle zone di Macerata, Avellino, Salerno, Cosenza e Taranto. L’accusa mossa è pesantissima: associazione per delinquere finalizzata alla commissione di «una serie indeterminata di delitti di falso, contro la fede pubblica, il patrimonio, l’industria e il commercio», tra cui ricettazione e introduzione nello Stato di prodotti farlocchi. Secondo il gip, però, questo reato può essere addebitato soltanto a quattro degli indagati.

Il principale è un imprenditore lancianese di 62 anni, ritenuto la “mente” dell’organizzazione, che curava ogni fase delle operazioni illecite aiutato da uno dei figli. Poi ci sono altre due figure chiave. La prima è un sarto di Manoppello, che riceveva da loro “capi neutri” di manifattura cinese e li trasformava in modo che «imitassero servilmente prodotti di noti brand». La seconda è il titolare di un laboratorio tessile di Cepagatti che completava l’iter di produzione dei vestiti fake applicando etichette, bottoni e cartoncini. L’imprenditore frentano, scrive il gip, «al fine di procacciarsi un maggiore guadagno in un momento di difficoltà economica, ha dato vita a un’associazione, strutturata e organizzata in forma rudimentale, ma comunque idonea ad assicurare» il raggiungimento degli obiettivi illeciti.

Ma il giudice arriva alla conclusione che nei confronti di nessuno dei quattro ci sia il rischio di inquinamento delle prove: «Le risultanze probatorie appaiono ormai cristallizzate, tenuto conto di quanto emerso dall’attività di captazione delle utenze telefoniche oggetto di intercettazione, dall’analisi dei dati dei cellulari sequestrati e dei numerosissimi sequestri sia di merce falsificata che di documentazione fiscale operati dalle forze dell’ordine».

Non solo: per il gip, non è attuale neanche il pericolo di reiterazione del reato. I reati contestati, osserva il magistrato, «attengono a un lasso di tempo compreso fra il 10 dicembre 2024 e il 9 gennaio 2025, data dell’ultimo sequestro di merce contraffatta. Successivamente a tale periodo non sono state documentate dalle forze dell’ordine ulteriori condotte delittuose poste in essere dai sodali e non risulta che il rapporto personale-commerciale fra gli stessi si sia protratto dopo il gennaio 2025».

Il principale indagato, nel corso dell’interrogatorio preventivo, ha affermato che le spedizioni di merce effettuate in favore di alcuni commercianti dopo il sequestro della guardia di finanza «hanno avuto a oggetto capi di abbigliamento leciti. In assenza di riscontri circa l’effettivo contenuto di tali colli», non è possibile ritenere che abbia commesso altri reati. La circostanza poi che l’imprenditore e i complici «siano titolari di attività commerciali tuttora operative nel settore del tessile non può essere ritenuta elemento dal quale dedurre, di per sé, la protrazione dell’ulteriore attività criminosa, in assenza di mirati riscontri da parte della guardia di finanza che dimostrino come gli stessi abbiano continuato» a compiere reati.

Quanto agli altri indagati, quasi tutti negozianti che hanno acquistato dall’imprenditore i prodotti tarocchi, non ci sono elementi – secondo il magistrato – per affermare che appartengano all’associazione criminale: «Dalle indagini non sono emersi contatti tra gli acquirenti della merce e i soggetti variamente coinvolti nel processo di contraffazione dei capi (sarto, ricamatore e stiratore), non sono state individuate ulteriori spedizioni di merce falsificata effettuate dagli acquirenti finali in favore di altri, né tantomeno sono emerse ulteriori interlocuzioni tra i vari soggetti». E ancora: «Non risulta che i vari commercianti avessero contezza delle modalità di approvvigionamento dei capi di vestiario contraffatti» da parte dell’imprenditore frentano, «il quale non ha mai rivelato agli acquirenti finali i propri canali di rifornimento della merce, né tantomeno risultano rapporti commerciali o personali diretti fra i vari co-indagati, i quali neppure si conoscono tra di loro».

Al tempo stesso le azioni di tutti i commercianti sono ritenute idonee per integrare i reati di ricettazione e introduzione nello Stato e commercio di prodotti con segni falsi. Per il gip, infine, non ci sono indizi tali da cui poter desumere la partecipazione all’associazione criminale della moglie e degli altri due figli dell’imprenditore. Gli indagati sono difesi dagli avvocati Vincenzo Menicucci, Paolo Sisti, Umberto Di Primio, Emidio Bugliosi, Paolo Cecchetti, Pietro Castignani, Giovanna Boscia, Cristiano Sicari, Pasquale De Laurentiis, Gaetano Vitale, Angelo Gangi, Vincenzo Morriello e Pietro Siciliano. Ora la palla passa al Riesame.