Bimba molestata dall’amico di famiglia

Tre anni e mezzo di carcere e cinque di interdizione dai pubblici uffici inflitti a un commerciante aquilano
L’AQUILA. Le accuse sono di quelle che fanno rabbrividire, ma la condanna non è da meno: tre anni e mezzo di carcere, interdizione per cinque, quindicimila euro da pagare subito come provvisionale, ma le parti civili hanno chiesto quasi dieci volte tanto.
Il reato è infamante: violenza sessuale aggravata e continuata commessa ai danni di una bambina, tradendo a più riprese anche la fiducia dei suoi genitori.
Questa la definizione in primo grado del processo (a porte chiuse) a carico di un commerciante aquilano di 68 anni. Una condanna emessa dal tribunale presieduto da Giuseppe Grieco che ha ritenuto credibili le richieste di condanna del pm Antonietta Picardi, la quale di anni di carcere ne aveva chiesti cinque, e della parte civile, rappresentata dall’avvocato Maria Teresa Di Rocco.
Gli episodi sono avvenuti tra giugno e settembre 2010. La piccola, lasciata più di una volta nel negozio di costui dai genitori che avevano degli impegni, sarebbe stata oggetto di molestie per poi essere minacciata di botte per assicurarsi il suo silenzio.
Dopo due anni, però, la minorenne ha trovato la forza di raccontare la sua esperienza inducendo i genitori a presentare una denuncia ai carabinieri che ieri è stata la base della condanna.
La difesa, rappresentata dagli avvocati Giulio Agnelli e Patrizia D’Eramo, ha contestato su tutti i fronti l’ imputazione e il verdetto.
«Difendersi da un’accusa come questa», ha detto Agnelli, «è praticamente impossibile. Se le cose stanno così chiunque, senza aver fatto nulla, potrebbe vedersi imputato per episodi frutto di fantasia. Non è stato fatto un incidente probatorio e il nostro assistito non è stato sentito nelle fasi preliminari».
L’accusa si basa anche sulla constatazione che la piccola avrebbe avuto dei comportamenti tipici di chi subisce un’esperienza traumatica di quel genere.
Ma gli avvocati hanno sostenuto che si tratta di comportamenti perfettamente identici a quelli dei bambini con genitori separati come, appunto, quella in questione. Il pm ha anche prodotto una consulenza di parte nella quale una psicologa, dopo avere avuto un colloquio con la bambina, ha sostenuto che «la rivelazione sembra spontanea». La difesa, che andrà in appello una volta note le motivazioni, contesta che si tratti di affermazioni dal valore probante.
Di diverso avviso il collegio che non ha esitato a stangare il commerciante.
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