«Bisogna ucciderlo», la banda voleva fare fuori un poliziotto

Nell’intercettazione ambientale chiare minacce di morte al vice ispettore Calisti dell’Antidroga L’organizzazIone criminale spacciava cocaina dal 2012. Gli affiliati erano pronti a fuggire all’estero
L’AQUILA. “Non capisce se lo picchi e basta, bisogna ucciderlo”. La frase intercettata dagli inquirenti è rivolta al vice ispettore dell’Antidroga Claudio Calisti. A pronunciarla, secondo quanto emerso dalle intercettazioni ambientali, sarebbero stati alcuni membri dell’organizzazione criminale dedita allo spaccio di cocaina sgominata nella maxi-operazione dell’altro giorno firmata dalla questura dell’Aquila.
MINACCE DI MORTE AL POLIZIOTTO
“Se lo picchi e lo mandi in ospedale esce di nuovo”. “No, no, bisogna picchiarlo come di deve”. “Testa di c…o”. “A spezzarlo come si deve, mani e piedi, metterlo sulla sedia a rotelle per due o tre anni, così non cammina e non può fare, non come si deve”. Così alcuni indagati dell’operazione “Magnetic box” mostravano tutto il loro odio verso il vice ispettore Calisti. Le oltre cento pagine di intercettazioni «hanno svelato», scrive il giudice, «l’estrema pericolosità degli indagati e della loro propensione a porre in essere atti di violenza o di ritorsione nei confronti degli acquirenti al fine di impedirne la collaborazione con le forze dell’ordine e nei confronti della stessa polizia giudiziaria quando sono stati posti in flagrante». Ed «emblematico al riguardo è il contenuto dell’intercettazione ambientale del 25 agosto 2020. A seguito dell’arresto di Azem Prosha gli indagati ritengono che il vice ispettore Claudio Calisti sia un grosso problema per il lavoro, al punto da pensare a predisporre un’azione punitiva per, addirittura, eliminare il problema». Intercettazione che rende chiaramente l’idea dello «spessore del gruppo criminale e dell’allarme sociale che potrebbe arrivare a creare se ostacolati nei loro percorsi delittuosi».
LE INDAGINI
L’indagine condotta dalla questura, che ha portato all’arresto di otto persone, aveva preso il via con l’arresto di Gianluca Castellani il 20 novembre del 2018 quando, nella sua abitazione, venne ritrovato e sequestrato un chilo di cocaina. Ma secondo quanto ricostruito dagli inquirenti già dal 2012 gli indagati formavano un «gruppo univoco, strutturato e ben organizzato il cui capo indiscusso» era uno dei tre fratelli albanesi al momento ricercato insieme ad altri 3. Otto gli arrestati per un totale di 16 indagati. Sono accusati di associazione per delinquere finalizzata allo spaccio di sostanze stupefacenti. I membri dell’organizzazione criminale erano pronti a fuggire all’estero, dove avevano creato un impero con i soldi della droga guadagnati all’Aquila. Come emerso dalle indagini «hanno più volte manifestato la possibilità di lasciare il Paese o L’Aquila a fronte dell’incisiva azione di contrasto delle forze dell’ordine». Dalle intercettazioni, inoltre, si è visto come «la struttura abbia continuato a operare nonostante gli arresti che il gruppo ha subìto nel tempo e nonostante la consapevolezza di essere sotto osservazione della polizia giudiziaria. Il modus operandi», scrivono i magistrati, «è diventato sempre più sofisticato nel tentativo di sottrarsi alle intercettazioni attraverso l’utilizzo di telefoni dedicati al lavoro e lo scambio di messaggi o di sottrarsi alle attività di osservazione pedinamento e controllo utilizzando molte auto», 26 quelle individuate dagli investigatori. Oltre a comunicare sulle chat criptate di Whatsapp e Telegram il tratto distintivo della banda con roccaforte a Pettino era quello di nascondere le dosi in scatolette contenenti calamite da attaccare sotto il fondo delle automobili o nel retro dei guardrail stradali per eludere i controlli. Ingente il volume d’affari “ripulito” in investimenti.
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