Boschi, quelle verità mai svelate a fondo

Da imputato ad assolto, della Commissione Grandi rischi disse in un’intervista: «Noi scienziati fummo usati dalla politica»
È morto il geofisico Enzo Boschi, a lungo alla guida dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv), da lui diretto per 12 anni, fino al 2011. In precedenza, era stato a capo dell’Istituto Nazionale di Geofisica, dal quale è nato l’Ingv. Avrebbe compiuto 77 anni a febbraio 2019. I funerali saranno celebrati domani a Bologna.
La notizia della morte del professor Enzo Boschi inevitabilmente riapre vecchie ferite e allo stesso tempo chiude un capitolo della storia del terremoto dell’Aquila del 2009. Ho conosciuto Enzo Boschi nel modo che né io né lui avremmo voluto. Io parte civile nel processo “Grandi Rischi”, lui sui banchi degli imputati accusato di omicidio colposo relativamente alla morte di alcune delle vittime del sisma. So, perché me lo ha detto personalmente, che quell’accusa gli è pesata per anni come un macigno. Geofisico e sismologo di fama internazionale, stimato e osannato da tutti, presidente per più di un decennio dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia non poteva sopportare di passare, proprio a fine carriera, per una sorta di “stregone” che aveva sbagliato a prevedere il terremoto dell’Aquila mandando al “macello” un’intera città. Riguardando velocemente ieri pomeriggio gli echi di stampa relativi a quella vicenda giudiziaria ho finito per stupirmi con me stesso per le tante volte che negli anni ho polemizzato direttamente, per telefono, o sul Centro con il professor Boschi. Con il senno del poi ne traggo la conclusione che è stato forse il solo fra i sette imputati di quel procedimento giudiziario a non rifiutare mai il confronto pubblico se pur aspro e pungente. È noto come andò a finire, in Cassazione, quel processo: tutti assolti meno uno, il vice capo della Protezione civile Bernardo De Bernardinis, classico esempio di capro espiatorio. Ho criticato fortemente la sentenza della Corte di Appello (a cui la Cassazione si adeguò) che assolse Boschi e gli altri componenti della Commissione Grandi Rischi e non tanto per le assoluzioni in sé che ci potevano anche stare (si trattava di un processo difficile in cui più che la spada bisognava usare il fioretto) quanto per le motivazioni dalle quali viene fuori una minimizzazione imbarazzante del terremoto e dei suoi effetti, imbarazzante soprattutto per chi il sisma non lo ha visto dalle carte ma da sotto le macerie.
La morte di Enzo Boschi chiude definitivamente anche quel capitolo della giustizia italiana che si è nutrito di poche luci e tante ombre (è naturalmente una opinione – che conta zero – ma che spero sia possibile ancora esprimere senza passare per disfattisti). Ricordo molto bene un freddo giorno di novembre del 2010. Boschi presenziò alla firma del contratto con il quale in un edificio in via dell’Arcivescovado di lì a poco sarebbe nata la sede aquilana dell’Ingv. Ero andato per lavoro. Boschi mi vide e senza dire nulla mi abbracciò. Non mi sottrassi. Mi sembrò sincero. Gli dissi quello che pensavo sulla vicenda Grandi Rischi e cioè che il primo responsabile della morte dei miei figli ero io (la sentenza della Corte di Appello con un ruvido tocco di umana sensibilità in qualche modo l’ha pure certificato), ma da quel processo (allora si era solo nella fase delle indagini da parte della Procura) volevo che emergesse la verità storica di quanto accadde in quella settimana che precedette la scossa più forte durante la quale la Scienza sembrò abdicare alla volontà della politica. Lui ribadì la sua estraneità con parole che poi ha ripetuto più volte in varie interviste. Se c’è una cosa che rimprovero ancora oggi a Boschi è di aver sempre dato l’impressione (almeno io l’ho avuta) di essere pronto a dire la verità (o almeno la sua verità) su come andarono le cose in quei frangenti. Notissima una sua intervista a Presa diretta su Rai 3. La giornalista chiede: «Le è venuto il dubbio che sia stato spedito all’Aquila (il 31 marzo 2009, ndr) per fare una “operazione mediatica” e non il suo lavoro?». La risposta: «Il dubbio? A me è venuta la certezza. A me è venuta la netta sensazione, prima ancora che iniziasse il terremoto, che ci fosse qualcosa che non andava di tutta questa storia». E poi dice: «Si riunisce la Commissione Grandi Rischi, che non delibera niente perché a un certo punto la Stati (all’epoca assessore regionale alla Protezione civile, ndr) e De Bernardinis si sono alzati dichiarando chiusa la seduta…c’era un sacco di gente che non conoscevo, la porta aperta…mancava solo un panino...». Dopo l’assoluzione, al quotidiano la Repubblica afferma: «Ho sempre sostenuto che noi scienziati in quella maledetta riunione avevamo fatto solo il nostro lavoro. Forse altri non hanno fatto lo stesso, ma non è questo il momento di parlarne. Voglio leggere attentamente le motivazioni dell’assoluzione, poi con calma racconterò alcuni particolari di questa storia... anche perché dopo aver studiato più volte le carte del processo, ho capito molte cose». Domanda: «Capito cosa, professore?». Risposta: «Che noi scienziati siamo stati usati. Che quella che ci fu all’Aquila, il 31 marzo del 2009 fu una riunione “politica”..... Fu una scelta della Protezione Civile che volle rispondere agli allarmi di un imminente terremoto lanciati da quel tecnico, Giampaolo Giuliani». La “colpa” di Enzo Boschi è stata forse quella di non essere andato fino in fondo a spiegare cosa accadde quel 31 marzo del 2009 e nei giorni seguenti (va ricordato che il verbale della riunione del 31 marzo fu firmato il sei aprile, a terremoto avvenuto). Per il resto non ho mai pensato che lui e gli altri imputati fossero degli “assassini”. Proprio perché non l’ho mai pensato non mi sono chiesto nemmeno se avessero bisogno del mio perdono. Spero solo che a perdonarmi siano stati i miei figli che per la decima volta non avrò a tavola con me durante il cenone della vigilia di Natale. A Boschi oggi restituisco quell’abbraccio del 2010. Sincero e senza rancori. Per un credente è un arrivederci in un mondo migliore. Un mondo in cui tutti si possano guardare negli occhi. Senza lacrime e senza vergogna.
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La notizia della morte del professor Enzo Boschi inevitabilmente riapre vecchie ferite e allo stesso tempo chiude un capitolo della storia del terremoto dell’Aquila del 2009. Ho conosciuto Enzo Boschi nel modo che né io né lui avremmo voluto. Io parte civile nel processo “Grandi Rischi”, lui sui banchi degli imputati accusato di omicidio colposo relativamente alla morte di alcune delle vittime del sisma. So, perché me lo ha detto personalmente, che quell’accusa gli è pesata per anni come un macigno. Geofisico e sismologo di fama internazionale, stimato e osannato da tutti, presidente per più di un decennio dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia non poteva sopportare di passare, proprio a fine carriera, per una sorta di “stregone” che aveva sbagliato a prevedere il terremoto dell’Aquila mandando al “macello” un’intera città. Riguardando velocemente ieri pomeriggio gli echi di stampa relativi a quella vicenda giudiziaria ho finito per stupirmi con me stesso per le tante volte che negli anni ho polemizzato direttamente, per telefono, o sul Centro con il professor Boschi. Con il senno del poi ne traggo la conclusione che è stato forse il solo fra i sette imputati di quel procedimento giudiziario a non rifiutare mai il confronto pubblico se pur aspro e pungente. È noto come andò a finire, in Cassazione, quel processo: tutti assolti meno uno, il vice capo della Protezione civile Bernardo De Bernardinis, classico esempio di capro espiatorio. Ho criticato fortemente la sentenza della Corte di Appello (a cui la Cassazione si adeguò) che assolse Boschi e gli altri componenti della Commissione Grandi Rischi e non tanto per le assoluzioni in sé che ci potevano anche stare (si trattava di un processo difficile in cui più che la spada bisognava usare il fioretto) quanto per le motivazioni dalle quali viene fuori una minimizzazione imbarazzante del terremoto e dei suoi effetti, imbarazzante soprattutto per chi il sisma non lo ha visto dalle carte ma da sotto le macerie.
La morte di Enzo Boschi chiude definitivamente anche quel capitolo della giustizia italiana che si è nutrito di poche luci e tante ombre (è naturalmente una opinione – che conta zero – ma che spero sia possibile ancora esprimere senza passare per disfattisti). Ricordo molto bene un freddo giorno di novembre del 2010. Boschi presenziò alla firma del contratto con il quale in un edificio in via dell’Arcivescovado di lì a poco sarebbe nata la sede aquilana dell’Ingv. Ero andato per lavoro. Boschi mi vide e senza dire nulla mi abbracciò. Non mi sottrassi. Mi sembrò sincero. Gli dissi quello che pensavo sulla vicenda Grandi Rischi e cioè che il primo responsabile della morte dei miei figli ero io (la sentenza della Corte di Appello con un ruvido tocco di umana sensibilità in qualche modo l’ha pure certificato), ma da quel processo (allora si era solo nella fase delle indagini da parte della Procura) volevo che emergesse la verità storica di quanto accadde in quella settimana che precedette la scossa più forte durante la quale la Scienza sembrò abdicare alla volontà della politica. Lui ribadì la sua estraneità con parole che poi ha ripetuto più volte in varie interviste. Se c’è una cosa che rimprovero ancora oggi a Boschi è di aver sempre dato l’impressione (almeno io l’ho avuta) di essere pronto a dire la verità (o almeno la sua verità) su come andarono le cose in quei frangenti. Notissima una sua intervista a Presa diretta su Rai 3. La giornalista chiede: «Le è venuto il dubbio che sia stato spedito all’Aquila (il 31 marzo 2009, ndr) per fare una “operazione mediatica” e non il suo lavoro?». La risposta: «Il dubbio? A me è venuta la certezza. A me è venuta la netta sensazione, prima ancora che iniziasse il terremoto, che ci fosse qualcosa che non andava di tutta questa storia». E poi dice: «Si riunisce la Commissione Grandi Rischi, che non delibera niente perché a un certo punto la Stati (all’epoca assessore regionale alla Protezione civile, ndr) e De Bernardinis si sono alzati dichiarando chiusa la seduta…c’era un sacco di gente che non conoscevo, la porta aperta…mancava solo un panino...». Dopo l’assoluzione, al quotidiano la Repubblica afferma: «Ho sempre sostenuto che noi scienziati in quella maledetta riunione avevamo fatto solo il nostro lavoro. Forse altri non hanno fatto lo stesso, ma non è questo il momento di parlarne. Voglio leggere attentamente le motivazioni dell’assoluzione, poi con calma racconterò alcuni particolari di questa storia... anche perché dopo aver studiato più volte le carte del processo, ho capito molte cose». Domanda: «Capito cosa, professore?». Risposta: «Che noi scienziati siamo stati usati. Che quella che ci fu all’Aquila, il 31 marzo del 2009 fu una riunione “politica”..... Fu una scelta della Protezione Civile che volle rispondere agli allarmi di un imminente terremoto lanciati da quel tecnico, Giampaolo Giuliani». La “colpa” di Enzo Boschi è stata forse quella di non essere andato fino in fondo a spiegare cosa accadde quel 31 marzo del 2009 e nei giorni seguenti (va ricordato che il verbale della riunione del 31 marzo fu firmato il sei aprile, a terremoto avvenuto). Per il resto non ho mai pensato che lui e gli altri imputati fossero degli “assassini”. Proprio perché non l’ho mai pensato non mi sono chiesto nemmeno se avessero bisogno del mio perdono. Spero solo che a perdonarmi siano stati i miei figli che per la decima volta non avrò a tavola con me durante il cenone della vigilia di Natale. A Boschi oggi restituisco quell’abbraccio del 2010. Sincero e senza rancori. Per un credente è un arrivederci in un mondo migliore. Un mondo in cui tutti si possano guardare negli occhi. Senza lacrime e senza vergogna.
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