Boss pentito, ma non troppo: no alla libertà

La Cassazione conferma la sentenza che aveva negato il beneficio condizionale a un detenuto all’Aquila
L’AQUILA. La Corte di Cassazione ha confermato con una sentenza, nei giorni scorsi, la decisione del Tribunale di sorveglianza dell’Aquila che aveva negato la liberazione condizionale a un collaboratore di giustizia.
Si tratta, in particolare, di un ex boss di mafia, originario di Messina, attualmente in detenzione domiciliare (in precedenza rinchiuso nel carcere di località Le Costarelle di Preturo che ospita detenuti al 41-bis) fuoriuscito dallo speciale programma di protezione per “intervenuta capitalizzazione delle misure assistenziali”.
Il Tribunale, come si legge nella sentenza dei giudici della Corte di Cassazione, “dava atto dell’importanza della collaborazione del condannato con la giustizia e della sua correttezza di comportamento nell’ambito della misura alternativa in corso di svolgimento, ma non riscontrava, nel suo percorso rieducativo, elementi pregnanti da cui desumere il sicuro ravvedimento. A corroborare tale valutazione”, proseguono gli ermellini, «stava l’assenza di qualsivoglia iniziativa riparatoria del danno cagionato dai gravi reati commessi e finanche di ogni reale interessamento nei confronti delle vittime dei reati stessi”.
Il detenuto ha ritualmente fatto ricorso contro tale decisione, ma i magistrati della Corte di Cassazione lo hanno respinto.
“L’ordinanza del Tribunale”, scrivono ancora i giudici dell’Alta Corte, “ha passato in giusta e dovuta rassegna le fonti informative maggiormente incidenti riguardo il percorso rieducativo del condannato. Il Tribunale di sorveglianza ha sottolineato l’assenza di congrue iniziative riparatrici nei confronti delle vittime, anche di tipo puramente simbolico e di testimonianza, e ne ha tratto coerenti conseguenze in ordine al grado di revisione critica raggiunto dal condannato. La disamina svolta dal Tribunale coglie, con nitidezza, i fondamentali elementi, rientranti nel paradigma legale di valutazione, cui si lega la non implausibile conclusione di mancata pienezza del ravvedimento conseguito dal condannato”.
Insomma, pentito sì, ma non ancora abbastanza.
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