Camporammaglia Il terremoto visto da Collemare di Sassa

Il giovane giornalista Valentini dedica un volume al suo paese Dalle tendopoli alla ricostruzione, microcosmo ai raggi X
L’AQUILA. Fra le centinaia di libri che dal 2009 a oggi hanno avuto per argomento il terremoto dell’Aquila è difficile trovare qualcosa di veramente originale. Al più si tratta di ricordi, testimonianze, magari denunce che raramente riescono a fornire un quadro d’insieme e a penetrare dentro quei cambiamenti che quasi non si percepiscono, ma che il terremoto ha provocato in maniera radicale nelle comunità piccole e grandi. Spesso ci si loda – e sbroda – parlando della ricostruzione materiale: case, palazzi, piccoli musei privati, ruderi diventati all’improvviso alloggi da affittare, “cattedrali” nel deserto ingestibili e tutto il resto del “bestiario” a cui si assiste ogni giorno.
Poco più di un mese fa l’editore Laterza ha pubblicato il libro di un giovane aquilano, Valerio Valentini, nato nel 1991 e che quindi nel 2009 aveva 18 anni.
Valentini è uno scrittore e un giornalista che dalla fine del 2017 abita a Torino dove collabora con il “Corriere della sera”.
Il titolo del libro è “Gli 80 di Camporammaglia” e racconta i giorni del terremoto come li hanno vissuti gli abitanti di un piccolo borgo dell’Aquilano, poche decine di abitanti, lontano, ma non troppo, dal capoluogo: Collemare di Sassa.
L’autore non si limita a riferire i suoi ricordi personali, che pure fanno da filo rosso alla narrazione. Leggendo le 139 pagine si assiste, in maniera plastica, al passaggio di un’epoca. Il terremoto in sostanza accelera cambiamenti già in corso, mette in luce le contraddizioni di una comunità in cui ci sono ancora tracce dei valori (e a volte disvalori) della società contadina, evidenzia e amplifica vecchie ruggini fra vicini di casa, valorizza i buoni sentimenti di chi ce li aveva già, fa sì che gli adolescenti vengano proiettati da un momento all’altro da uno stato semi-infantile a uno stato in cui bisogna guardare in faccia una realtà diversa e a diventare adulti prima del previsto.
L’autore, grazie a una scrittura fluida e all’utilizzo frequente del dialetto, fa continui rimandi temporali: dal paesino pre-sisma che lui ha conosciuto durante l’infanzia e attraverso i racconti di nonni, genitori, parenti (la festa parrocchiale di metà agosto, per esempio, era uno dei momenti più eccitanti dell’anno), a come è man mano cambiato anche a causa della scossa del 6 aprile 2009.
Valentini racconta dell’aia con quel cerchio di cemento utilizzato per ballare quando nelle feste suonava l’orchestra; del Circolo, luogo di ritrovo e di sfogo per gli adulti in cui i più giovani dovevano entrare in punta di piedi; delle case addossate una all’altra dove non avveniva nulla che il vicino non sapesse in tempo reale. Il terremoto a Camporammaglia arriva forte, non fa vittime ma danneggia seriamente gran parte delle abitazioni. In piena notte ci si ritrova a dover fare i conti con un fatto inatteso e tragico e nessuno sa come affrontare l’emergenza. Nell’aia si rifà la conta degli abitanti, poi ci si comincia a porre il problema di cosa mangiare e dove poter dormire. Le tende non arrivano subito. Il fatto che non ci siano stati decessi e crolli clamorosi fa sì che Camporammaglia nei primi giorni venga quasi dimenticato. La comunità quindi deve riorganizzarsi con modalità del tutto improvvisate. L’autore sviluppa il racconto con toni che non appaiono mai drammatici. C’è quella leggerezza che mette in luce i difetti, ma anche le virtù dei singoli.
Quando arrivano le prime tende c’è un parlottare e un confrontarsi su chi debba entrarci per primo. La mensa comune non viene predisposta, chi vuole deve “scendere” a Sassa e allora ci si organizza in loco e nelle prime settimane ci si arrangia. Il racconto si snoda lungo i mesi del post-sisma e Valentini non si sottrae dal mettere in evidenza il non detto (ufficialmente): la paura che il proprio terreno venga espropriato per farci i Map, la stizza per il fatto che la casa viene classificata A e non B. Ecco un passaggio significativo a pagina 121: “L’entità dei risarcimenti preoccupava di più rispetto a quella dei danni. Fu per questo che in molti non gioirono affatto, nell’apprendere che le mura della loro abitazione non avevano subìto lesioni strutturali. Le tubature del bagno mezze fradice per le quali da tempo si accantonavano risparmi, la stufa da sostituire al camino («Ché co’ ju pèllette resparagni lo doppio e te stracchi la mmetà»), lo spatolato al posto della carta da parati ormai scolorita: già ci si prefigurava la possibilità di rinnovarsi casa, con i contributi che sarebbero arrivati. Un modo per camuffare le carte lo si sarebbe di certo escogitato: d’altra parte, le prime voci che circolavano parlavano di autocertificazioni, di perizie da poter affidare a un geometra o a un ingegnere nominato dagli stessi proprietari”.
Un libro, quello di Valentini, che è una felice scoperta in un panorama in cui il racconto del terremoto è passato dalla testimonianza delle prime ore all’esaltazione dell’aquilanità della ricostruzione, ricostruzione che alla fine (i conti certi si potranno fare fra qualche anno) costerà fra i 25 e 30 miliardi, soldi di tutti gli italiani. Ma il senso profondo del romanzo è nella presa d’atto di un mondo che il terremoto ha profondamente cambiato in cui i giovani cresciuti con i miti tramandati dagli anziani hanno visto quegli stessi miti sgretolarsi irreversibilmente. Ecco dunque che chi vuol guardare avanti o deve andare via o, in alternativa, accettare la sfida di restare in un microcosmo dove il passato è sbiadito e il futuro è tutto da scrivere, destinato a modificarsi anche dal punto di vista antropologico.
Il “dov’era e com’era” è un’illusione: nulla sarà come prima. Chi si ostina a pensare il contrario non fa che alimentare il declino.
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