Cari tifosi, vi racconto com’è nato l’amore per l’Avezzano calcio

Il primo derby contro L’Aquila, le trasferte e i trionfi in C Gli anni di passione e sogni con i gol di Caretta e Di Nicola
di ROBERTO RASCHIATORE
Conservo due ricordi di quand’ero bambino: una coreografia con piatti di plastica e rotoli di carta dietro ai gradoni malandati della curva nord del vecchio Dei Marsi e le partite nel gelo dello stadio dei Pini. Ai tempi seguivo l’Avezzano con mio padre Bruno e mio zio Ettore. Avevo una cotta per il biancoverde e per Maurizio Patanè, quello che con una punizione da paura sul campo neutro di Castel di Sangro aveva mandato noi in paradiso e il Chieti all’inferno.
Io c’ero. Come c’ero a 16 anni, quando ho incontrato la vera passione per i colori biancoverdi. E c’ero alla prima partita nel rinnovato stadio dei Marsi. Si giocava con la Rosetana, nel campionato di Interregionale, e fu l’inizio della stagione dei miei sogni calcistici. L’apoteosi del mio amore? Contro L’Aquila, il primo derby di cui ho un chiaro ricordo. La tribuna dello stadio – unico settore aperto al tempo – era un tripudio di colori biancoverdi e al gol vittoria di Cardillo quasi venne giù. Conservo ancora i ritagli del Centro di quel periodo. Cari, Caretta, Maniero, Pita, Nicoletti e Cardillo: per me erano gli eroi di una formazione diventata il mantra della mia vita. Dal lunedì al sabato vivevo di Avezzano e poco, pochissimo studio. La domenica allo stadio, rigorosamente nel settore distinti (al tempo la curva nord non c’era), o appiccicato con l’orecchio a una radio. L’Avezzano vinceva e divertiva. Aspettavamo le punizioni di Caretta dal limite dell’area di rigore con la stessa speranza di chi compra un biglietto per puntare a sbancare la lotteria. Al derby di ritorno all’Aquila ebbi il permesso dai miei di andare al Fattori, scortato da mio cugino Cesare. La mia prima trasferta da ultrà. I bus, tanti, partivano da piazza Torlonia. Eravamo un migliaio, l’Avezzano era capolista, L’Aquila inseguiva. “Scusate, il nostro è calcio stellare” fu la scritta, circondata da grandi stelle, esposta di fronte ai nostri eterni rivali. Finimmo il campionato con 11 punti di vantaggio e andammo a disputare la finale per la C2 contro la Colligiana. Vincemmo allo stadio dei Marsi e con Pellegrini strappammo un pari allo scadere di una combattuta partita a Colle Val d’Elsa. Al ritorno ad Avezzano mio padre mi ritrovò semi imbambolato a vagare per le strade della città, dopo una notte di baldoria, cori e fumogeni. Nel frattempo erano nate belle amicizie. Con Antonio Serta, Nicola Rubeo, Roberto Falco, solo per ricordarne alcuni. L’amore per l’Avezzano mi costò tre materie a scuola: rimandato, io che avevo sempre studiato con impegno e passione. Prima degli esami di settembre mi aspettava una punizione, per me la più terribile: mio padre non mi fece assistere alla finale di Coppa Italia contro il Savona. Non gliel’ho mai perdonata e lo leggerà oggi. Di quella partita – persa ai rigori – non ho mai voluto vedere le immagini. Mi è stata raccontata. Ricordo invece la prima gara in C2, contro il Lanciano al “5 Pini”. L’amore cresceva, seguivo l’Avezzano ovunque, nonostante i risultati altalenanti. La domenica prima della partita andavo al Dei Marsi ad appendere gli striscioni: Wild Kaos, Rebels, Disturbo… E così fino al 1995. Ad Avezzano arrivarono Bobo Di Nicola, Angelo Pierleoni, Pino Tortora. Noi tifosi capimmo che sarebbe stato un buon anno ma non ci rendemmo conto subito che sarebbe stato l’anno della storia. Un paio d’anni prima avevo cominciato la collaborazione con il Centro. Avevo da poco compiuto 19 anni. E non mi pareva vero conoscere i giornalisti che al tempo scrivevano di Avezzano calcio, a cominciare da Domenico Ranieri ed Eliseo Palmieri. Ma prima di tutto restavo un tifoso. Di quell’annata fantastica ricordo due momenti: una trasferta in auto nella lontana Castrovillari, dove pranzammo con un pandoro, e la vittoria finale a Teramo che ci portò in C1. Era il 19 maggio 1996. All’invasione di campo cercai di prendere un trofeo e mi toccarono i parastinchi del nostro bomber Di Nicola. Devo averli in qualche armadio. Avezzano nella terza serie del calcio italiano. Sul Centro ricordo l’attacco del pezzo di Dino Venturoni che esaltava l’impresa biancoverde: «È un caliginoso pomeriggio teramano, nuvole basse e afa opprimente, a consegnare al calcio avezzanese…». In piazza ad Avezzano c’erano migliaia di persone ad aspettare la squadra. Ero mescolato fra i tanti. E cantavo. Ma un’altra fase della vita mi aspettava. Grazie alle approfondite conoscenze del mondo biancoverde – avevo regalato al collega Ranieri due scoop (il terzino Manni che serviva alla mensa Caritas ed Ersilio Cerone che poteva finire nel campionato inglese) – mi fu proposto di scrivere per l’Avezzano calcio. Così lasciai la curva e iniziai il lavoro da cronista. Cabina per seguire le gare, sala stampa, interviste settimanali. Dopo un paio di articoli venni chiamato dall’allora direttore sportivo Nello De Nicola: «Tu non vuoi bene all’Avezzano», mi apostrofò. Tutto perché avevo rivelato una trattativa con un calciatore. Non risposi, ma pensai: «Ma questo proprio a me viene a dire che non voglio bene all’Avezzano?». Il resto è un’altra storia.
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