Casa-lager per disabili: chiesto processo

16 Luglio 2016

In 13 nei guai, anche 4 giovani avezzanesi segregati e abbandonati nelle loro stanze. Uno si tolse la vita dandosi fuoco

AVEZZANO. Sarebbe stato maltrattato ed umiliato per circa un anno, mentre era ospite in una struttura nella provincia di Isernia. Lui era di Avezzano ed era affetto da una disabilità psichica. Giordano (il nome è di fantasia), dopo sei mesi dalle presunte angherie subite, si era dato fuoco, in un comune della Marsica, ed era morto il 31 gennaio 2012. Sarà una perizia – chiesta dal legale della famiglia, Vittoriano Frigioni – a stabilire se esiste una correlazione tra la sua permanenza nella casa di riposo di Villa Flora, a Montaquila, e il suo decesso. Al momento gli unici elementi sono le intercettazioni telefoniche, ambientali e i video raccolti e inseriti nel fascicoli processuali dai magistrati della procura della Repubblica di Isernia che, nel 2014, arrestarono 13 persone: infermieri, portantini, medici e operatori socio-sanitari della struttura, tra cui il titolare della casa di riposo e sindaco del paese di Montaquila, Francesco Rossi. Le accuse a carico degli indagati sono pesanti: maltrattamenti, sequestro di persona, lesioni, percosse e abbandono di incapaci. Tutto ebbe inizio dalla segnalazione dei familiari di un paziente che presentava segni di sospetta violenza sul corpo, anche lui di Avezzano. Infatti, oltre a Giordano, in quella specie di lager, così come definito dai Pm – che all’epoca, non esitarono a paragonare la casa di riposo a un campo di sterminio nazista – erano ricoverati altri tre marsicani: secondo gli investigatori, sarebbero stati segregati nelle loro camere da letto, anche per molte ore consecutive, tutti in stato d’abbandono. Uno di loro, sempre con disabilità psichica, sarebbe stato legato al letto nelle ore notturne, con le mani immobilizzate da guantoni. Quando i Nas di Campobasso perquisirono la struttura trovarono condizioni igieniche pessime: i pavimenti del bagno e di altre camere erano insudiciati di escrementi, alcuni letti erano privi di materasso e quelli che lo avevano erano ricoperti da grandi teli neri di plastica, di quelli usati per raccogliere l’immondizia, a mo’ di lenzuola. Secondo gli inquirenti – così come riportato nel capo di imputazione – nella struttura era Francesco Rossi a impartire ai dipendenti specifiche direttive che prevedevano l’utilizzo di strumenti di correzione e la segregazione dei malati. A gennaio scorso il procuratore della Repubblica, Federico Scioli, ha chiesto al giudice il rinvio a giudizio per tutti gli indagati. L’udienza preliminare è stata fissata per il 13 settembre prossimo. Il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, all’epoca dei fatti, aveva dichiarato: «Il quadro emerso ci rappresenta una realtà drammatica che nulla ha a che fare con una casa di cura». (d.p.)

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