Case ricostruite arriva la stangata del suolo pubblico

Nuova tassa per scale esterne, pozzetti fognari e cappotti termici È un onere permanente, quindi si eredita. Frazioni penalizzate
L’AQUILA. Stangata in vista per molti presidenti di aggregato (e quindi dei soci-proprietari) che hanno “dovuto” chiedere per piccole porzioni di edifici già ricostruiti la “concessione per l’occupazione permanente di suolo pubblico”. Per regolarizzare presunti “abusi” (tipo scale esterne su via pubblica o addirittura pozzetti per gli scarichi fognari) i presidenti si sono dovuti “autodenunciare” al Comune e “confessare” di aver costruito su area non privata e quindi, come tutti coloro che occupano suolo pubblico, dovranno pagare una cifra annuale (permanente e da ereditare a figli e nipoti) che si aggira in media fra i 50 e 300 euro ogni 12 mesi a seconda dei metri quadrati (di solito da 1 a 10).
QUESTIONE ANNOSA. La questione è annosa e se l’era già posta la giunta Cialente, che però l’aveva lasciata cadere. Ora è tornata di attualità tanto che sull’albo pretorio del Comune sono comparsi 20 atti relativi proprio alla concessione permanente di suolo pubblico. A essere più penalizzati saranno gli aggregati delle frazioni e in particolare quelli demoliti e ricostruiti. Ma per tentare di capire perché si è arrivati a quella che di fatto è una nuova tassa che peserà su tantissimi cittadini proprietari (e loro eredi) bisogna fare un salto indietro nel tempo.
ANTE SISMA. Negli anni pre-sisma, soprattutto nelle frazioni, molti vecchi edifici (spesso stalle o pagliai) sono stati adattati ad abitazioni e in tanti casi per accedere ai piani superiori sono state posizionate scale esterne più o meno grandi. Questi “abusi” di cui nel tempo nessuno si è mai accorto – e tantomeno sono stati sanzionati – non risultano dai catasti geometrici (che per L’Aquila pare risalgano al 1930 o giù di lì). I tecnici che hanno curato la progettazione degli edifici da demolire e rifare dalle fondamenta hanno inserito anche queste “superfetazioni” che in qualche caso erano diventate una caratteristica anche gradevole di slarghi, stradine e piazzette. I progetti sono stati approvati (senza quindi un controllo preventivo), ma poi a lavori conclusi ci si è accorti che una parte dell’edificio (soprattutto scale e rampe) era finita sulla strada pubblica. Che fare allora?
TASSA. La soluzione più facile è sembrata quella di far pagare, a chi aveva “sforato” su suolo pubblico (pur non sapendolo, altrimenti il progetto poteva essere fatto diversamente), una tassa fino alla fine dei tempi. Ma chi deve materialmente eseguire il pagamento? Da quello che si capisce dagli atti pubblicati tocca al presidente dell’aggregato (che ha fatto la richiesta). È noto, però, che a ricostruzione finita gli aggregati verranno sciolti e a quel punto la palla dovrebbe passare al proprietario. Ma come avverrà il passaggio di “debito”? E nel caso dei pozzetti (nei quali si presume andranno a finire più utenze) come sarà ripartito l’onere? In millesimi? Domande senza risposta per ora. Chi vivrà vedrà. La lettura un po’ più attenta degli atti fa emergere pure altre curiosità. La “tassa” andrà colpire anche chi ha solo ristrutturato l’abitazione. È successo in diversi casi che per evitare di rifare tutti gli impianti interni qualcuno ha preferito aggiungere il cosiddetto “cappotto termico” sul muro esterno “rubando” al suolo pubblico dai 2 ai 3 cm. Anche per quei centimetri va pagata, e in eterno, la tassa.
FRAZIONI. Perché a essere penalizzate saranno soprattutto le frazioni? Il motivo è semplice. I palazzi del centro storico dal punto di vista catastale sono ben documentati, cosa che non accade quasi mai per le “povere” case dei “cafoni” di periferia. Nei borghi del Comune in mancanza di “carte” si è stabilito che se ad esempio la scala è di pietra allora è sicuramente “storica” (ante 1942 e quindi non c’è occupazione di suolo pubblico, come se, in poche parole, fosse ormai tutto prescritto), se invece è in cemento o ferro è più recente e quindi scatta la tassa.
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