Caso Huawei, LFoundry spegne l’allarme

Tra un mese l’ingresso della cordata orientale: «Siamo fiduciosi di poter diventare attori importanti sul mercato asiatico»
AVEZZANO. La guerra dei microchip e della telefonia mobile tra Cina e Stati Uniti allarma la Marsica. Ma LFoundry, che produce componentistica elettronica, sgombra il campo dalle nubi. Cosa accade? A pochi giorni dalla decisione dell’amministrazione Trump di porre Huawei in una blacklist commerciale, la prima conseguenza è targata Google: l’azienda statunitense ha deciso di sospendere ogni rapporto coi cinesi, togliendo il sistema Android dai telefonini Huawei e mandando in frantumi accordi milionari. Un’azione che andrebbe a sconvolgere il mercato degli smartphone e i suoi equilibri. E anche le aziende Usa produttrici di chip e microchip – da Intel a Qualcomm, da Xilinx a Broadcom – si sono adeguate alla linea dettata dall’amministrazione Trump e hanno tagliato i ponti con Huawei, congelando le forniture destinate al colosso tecnologico cinese. Tutto questo a meno di un mese dall’ingresso in LFoundry di Jiangsu Cas-Igbt Technology Co. Ltd, la nuova cordata cinese che con Smic ha sottoscritto un accordo vincolante.
L’azienda avezzanese, contattata dal Centro, spiega: «Parte di ciò che è accaduto negli ultimi mesi a LFoundry è connesso, come più volte detto, a queste dinamiche geopolitiche», precisa Gianluca Togna, responsabile comunicazione aziendale, «dal lato nostro, in questo momento è stato rinnovato il solido legame a lungo termine con il nostro principale cliente americano (On Semiconductor, ndc) che è a conoscenza della firma del recente accordo vincolante per il quale il 100 per cento delle quote di LFoundry è stato venduto alla cinese Jiangsu. Quello cinese è il più grande mercato mondiale e probabilmente la Cina avrà sempre più bisogno di produrre chip per se stessa, sia per quel che riguarda i telefoni che per altre applicazioni. Ne consegue che siamo fiduciosi di poter diventare attori importanti nel servire il mercato asiatico, cosa a cui d’altra parte ambiscono molti altri concorrenti».
La cessione alla nuova cordata cinese potrebbe essere quindi una garanzia per il futuro dello stabilimento marsicano dove da dicembre sono in vigore i contratti di solidarietà per 1.500 dipendenti. I sindacati sono cauti e attendono di capire come vorrà muoversi la nuova società. «La situazione è delicata», commenta Roberto Di Francesco (Fiom-Cgil), «ed è difficile riposizionarsi senza un piano industriale che ci dica quali siano le strategie da parte della dirigenza per uscire da questa crisi, e quindi quali siano le memorie che andremo a produrre». Per Monica Di Cola (Uilm-Uil) «parliamo di un settore in evoluzione, di cui non conosciamo molto, e non sappiamo neanche a quale mercato ci rivolgeremo. Non si può che vedere la cosa con una chiave evoluta soprattutto per la posizione territoriale che abbiamo. Non ci scordiamo che L’Aquila è stata scelta per l’installazione del 5G e per altri progetti della digitalizzazione che guardano all’Oriente».
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