Cecchini, il ricordo del collega-amico Fatigati

10 Gennaio 2021

La scomparsa del principe del Foro ha destato commozione in città. «Rifiutava l’autocelebrazione»

L’AQUILA. A pochi giorni dalla scomparsa dell’avvocato Attilio Cecchini non si spegne in città l’emozione suscitata dalla notizia della sua morte.
Con parole commosse lo ricorda l’avvocato Vittorio Ivo Fatigati, che lo frequentava quotidianamente, «al fine di onorarne la memoria». «Molto è stato detto sulla profonda cultura dell’avvocato Cecchini, sul piano umanistico, filosofico, giuridico, considerazioni che approvo in pieno. Egli trattava i processi con un approccio tecnico-scientifico “unico” non tralasciando nulla che potesse portare all’accertamento della verità. Era scrupolosissimo. Ciò che lo distingueva era la passione con cui argomentava. A 23 anni conseguì la laurea in Giurisprudenza, e a 24 l’abilitazione all’esercizio della professione forense. In ordine al conseguimento del titolo di procuratore legale, si recò a Roma, al fine di evitare che si potesse parlare di favoritismi, in quanto l’avvocato presso il quale aveva fatto pratica legale era segretario del consiglio dell’ordine degli Avvocati dell’Aquila».
Poi arrivò l’avventura in Sudamerica.
«A 25 anni partì per l’America del Sud, in Venezuela, dove fondò, insieme a Gaetano Bafile, aquilano pure lui, il giornale La Voce d’Italia, con un preciso ideale: aiutare gli italiani che emigravano. Il viaggio lo fece a bordo di una nave e durò ben trenta giorni. Giunto in Venezuela, i primi tempi andò a dormire in un sottoscala, attesa la penuria dei mezzi. Poiché attaccava il regime, gli articoli li firmava con uno pseudonimo, per ragioni di sicurezza. L’avvocato Cecchini apparteneva a una famiglia di 4 figli, lui primogenito e unico maschio. Quando espresse la volontà di partire, i genitori non furono affatto contenti. Tornò in Italia nel 1960», prosegue l’avvocato Fatigati, «a seguito di un evento luttuoso: la morte della sorella, in circostanze tragiche, in Venezuela. All’Aquila riprese la professione di avvocato, con continui successi. Quando una causa gli andava male, non si scomponeva. Mi diceva: “Faccio subito appello”. Ritengo che il processo più importante della sua vita sia stato quello a carico del muratore di Balsorano, Michele Perruzza, accusato dell’uccisione della nipotina. Quantunque si fosse convinto dell’innocenza dell’imputato, non riuscì a farlo assolvere. Per l’avvocato Cecchini “la strada era in salita”, in quanto si occupò del caso soltanto in secondo grado, con una sentenza di condanna all’ergastolo da ribaltare. Nel processo satellite di Sulmona riuscì a raccogliere valide e fondate prove a favore dell’imputato, ma la successiva istanza di revisione non venne accolta. Questo processo segnò interiormente l’avvocato Cecchini, tanto da fargli dire che, se fosse rinato, non avrebbe rifatto l’avvocato. Egli ha sempre rifiutato di autocelebrarsi, rimanendo sempre con la schiena dritta. Ci sono anche fatti, rivelatimi dal mio Maestro, di cui debbo rimanere geloso custode. Tra noi», conclude l’avvocato Fatigati, «c’è stata un’autentica amicizia durata più di 30 anni, con un rapporto di collaborazione professionale intenso e proficuo. Mai uno screzio. Stima e rispetto. Addio, mio atavico mentore, e grazie di tutto».