Centrale Snam, sono ancora fermi gli scavi degli esperti archeologi

Il comitato “Cittadini per l’ambiente” rilancia la battaglia contro il progetto in località Case Pente: «Nel sito individuato un insediamento di epoca italica e romana, ma mai partite le ulteriori verifiche»
SULMONA. Un quarto dell’area dove dovrebbe sorgere la centrale Snam e circa un chilometro di tubazioni non sono state ancora esplorate dagli archeologi. Dopo che nel luglio dello scorso anno, grazie a delle indagini radar e alcuni sopralluoghi preliminari, venne annunciata l’esistenza di un grande edificio antico, di epoca italica e romana, completamente sepolto proprio nel sito in località Case Pente a Sulmona, tutto si è fermato.
La Soprintendenza archeologica competente all’epoca parlò di elementi che avrebbero potuto «indicare la possibilità di prevedere una delocalizzazione dell’intervento in progetto in quest’area».
Le indagini archeologiche vennero poi bloccate e a oggi sono ancora ferme. Ma perché? Se lo sono chiesto i membri del comitato Cittadini per l’ambiente che fa parte di quello interregionale “No hub” da anni in lotta contro la realizzazione della centrale di compressione.
«La Snam è obbligata per legge e per una precisa prescrizione della Via (Valutazione impatto ambientale) a fare una verifica archeologica preventiva», ha commentato Mario Pizzola, membro del comitato Cittadini per l’ambiente, «questa verifica è stata in parte fatta con il georadar ed è venuto fuori che ci sono le mura perimetrali di un antico insediamento di epoca italica. Ma la Snam non ha completato le indagini con il georadar né sul sito dove dovrebbe sorgere la centrale e neanche sui quattro tracciati di collegamento che portano al sito. Oltre questo, poi, bisognerebbe fare – sempre per legge – il carotaggio con la presenza degli archeologici per capire cosa c’è in realtà nel sottosuolo, altrimenti il progetto non può andare avanti. Dal 2019 ad oggi è tutto fermo e nessuna indagine è stata fatta. Come mai? Sembravano così interessati a fare la centrale e invece di fatto sono fermi su un punto fondamentale».
Finora un quarto dell’area del sito di Case Pente e circa un chilometro delle strade attraversate dalle tubazioni che passano sotto terra non sono state ancora esplorati.
«Nel 1983 un archeologo fece un’indagine, e pubblicò anche un libro, nel quale si parlava di due siti proprio in quell’area: uno è quello individuato, l’altro probabilmente ancora non è stato rintracciato ma si trova sempre lì», ha continuato l’ambientalista Pizzola. «Come associazioni abbiamo presentato un ricorso al Tribunale amministrativo del Lazio contro l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) rilasciata dal Ministero alla Snam. L’udienza era stata fissata per giovedì scorso ma l’Avvocatura dello Stato ne ha richiesto lo spostamento perché il ministero della Transizione ecologica sta subendo ormai già dal primo aprile, un attacco informatico e ci potrebbero essere dei problemi. Vedremo nei prossimi giorni cosa accadrà».
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