Centri storici da rifare Gli esperti: piani slegati

5 Giugno 2014

Al convegno a Ingegneria critiche per il mancato coinvolgimento dell’ateneo La denuncia di Centofanti: «Manca una visione strategica reale per la rinascita»

L'AQUILA. Recuperare i centri storici minori riportandoli alla loro «vecchia» condizione e funzione pre-sisma? Oppure salvarli soltanto in parte? E come deve avvenire questo recupero? C’è un legame tra la Carta di Gubbio (la dichiarazione di princìpi sulla salvaguardia e il risanamento dei centri storici, approvata nel 1960) e il loro spopolamento? Tutte domande alle quali studiosi, professori, architetti e urbanisti aquilani hanno tentato di dare una risposta in un seminario che si è tenuto ieri nella facoltà di Ingegneria a Roio. Domande che portano in sé anche tanti dubbi sulla correttezza dell’impostazione data alla ricostruzione delle decine di centri storici minori, avviata dopo il terremoto sulla base di scelte politiche e norme volute dagli amministratori locali e dal governo. Questa volta si è voluto coinvolgere gli studenti, futuri ingegneri e urbanisti che avranno un ruolo nella rinascita dell’Aquila. Gli interventi sono stati affidati ai professori Mario Centofanti, Fabio Andreassi, Gianludovico Rolli, Romolo Continenza, Aldo Benedetti e Pierluigi Properzi dell’Istituto nazionale di urbanistica e agli ingegneri dell’Ufficio speciale per la ricostruzione del cratere sismico Raffaello Fico e Claudia Genitti. Punto di partenza i piani di ricostruzione sui quali i due giovani tecnici hanno fatto il punto, proponendo anche una collaborazione tra Usrc e università con tirocini per gli studenti.

L’impressione emersa dal dibattito è che, a cinque anni dal sisma, la direzione presa dalla ricostruzione «non sia quella giusta e che si proceda senza una reale idea di quello che dovrà essere il contesto urbano e paesaggistico – ma anche socio-economico – di domani». Un domani sempre più vicino, e che allarma gli esperti. Troppi i piani di ricostruzione per ciascun centro storico; scarsa sensibilità degli amministratori al legame tra sviluppo economico e urbanistico; mancanza di una politica regionale sull’edilizia; eccesso di burocrazia; mancato coinvolgimento dell’atento aquilano nei processi della ricostruzione. Questi gli aspetti al centro del dibattito. «Spesso, nell’ambito della ricostruzione, si finisce per semplificare molto, adottando metodi non adatti», ha detto Properzi, per il quale si deve superare il modello socio-economico e urbanistico prevalente che ha prodotto errori; come il fatto che, per esempio, «all’Aquila c’erano ottomila studenti fatti vivere in bassi di case o edifici improbabili», oppure «il fenomeno dell’abbandono dei centri minori».

Altro aspetto importante, per il docente, è poi «collegare il recupero urbanistico alle attività legate ai boschi, al pascolo d’altura e all’agricoltura delle pianure. In tutto ciò», ha aggiunto, «si deve anche prevedere la corretta dotazione di servizi, banda larga e sviluppo tecnologico». A insistere sul dubbio se sia corretto o meno recuperare i centri storici nella loro interezza, è stato in particolare Centofanti, che ha anche criticato «la dispersività della sommatoria dei piani di ricostruzione mentre manca, dall’altro lato, un piano strategico reale». Si è chiesto se la ricostruzione abbia o meno introdotto nuovi assi disciplinari il professor Andreassi, che ha insistito sulla necessità di instaurare «un approccio interdisciplinare della ricostruzione». Nel dibattito sul ruolo dei centri storici e il loro recupero deve entrare anche un altro aspetto: il legame che esisteva, prima del sisma, con il resto dell’ambiente tramite vicoli e innesti. A ribadirlo è stato il professor Benedetti. «Oggi, in che modo questi centri possono recuperare il vecchio legame? Vi ritroveremo vita sociale? I nostri centri storici sono stati gravati da periferie squallide. Ci vuole coraggio anche nel demolire».