Centro storico tra cantieri aperti e paura del Covid

2 Novembre 2020

Camion e gru in azione, la rapida diffusione del contagio non ferma gli operai A Palazzo Ardinghelli fervono i preparativi per il Maxxi, portici riaperti per metà

L’AQUILA. Camminare in un’assolata mattina di fine ottobre tra strade e vicoletti del centro storico dell’Aquila è un salutare esercizio di slalom tra furgoni, camion, gru che si muovono a dieci metri e più di altezza, porte mezze aperte da dove nella primavera del 2009 spuntavano macerie e pezzi di vita quotidiana abbandonati in tutta fretta e ora si vedono scatole di piastrelle, mattonelle, oggetti da lavoro in attesa che qualcuno li usi. E poi i rumori: chi batte, chi frulla, chi grida da dentro i palazzi per farsi sentire a chi sta sulla strada. Operai super tecnologici manovrano le lunghe braccia delle gru con una sorta di telecomando simile a quello dei videogiochi. Gli autisti che portano materiali ai cantieri si attaccano ai telefonini per ricevere ordini o avere indicazioni. E poi ci sono dei veri e propri “campioni” della guida che con grossi camion si infilano, quasi sempre a marcia indietro, in vicoli nati secoli fa per farci passare al massimo un carretto trainato dai buoi o dai cavalli. Guardarli anche per 5 minuti dà più emozioni di una gara di Formula 1.
C’È UN CUORE CHE BATTE. Via Garibaldi e le stradine che la tagliano per infilarsi verso il centro storico sono come le vene che portano il sangue a un cuore che sta ricominciando a battere. Ogni tanto si trova una rete da cantiere che impedisce il passaggio ma c’è sempre un pertugio dal quale sgattaiolare per finire in uno slargo, una piazzetta, un luogo da riscoprire con malcelata sorpresa. In via San Martino le ristrutturazioni hanno salvato i gigli di ferro testimoni muti del terremoto del 1703 e in qualche caso anche di quello del 1461. Sono i terminali delle catene che non si sono spezzate nemmeno la notte del 6 aprile del 2009 e rimasti segni di resistenza di una città che dopo quasi 12 anni è ancora un cantiere.
I RIENTRATI. C’è chi, in centro, è tornato a vivere. Sui moderni citofoni all’esterno di splendidi e vecchi portali si leggono i nomi di famiglie che hanno fatto la storia dell’Aquila e vogliono continuare a farla. Quasi tutti i palazzi hanno un nome che rimanda a “borghesi” arricchiti o a nobili di cui oggi resta solo qualche stemma e l’orgoglio degli eredi. E qua e là l’immancabile “vendesi” o “affittasi”. Un po’ sconforta rendersi conto che il capoluogo d’Abruzzo è ancora oggi un luogo spezzato, in cui le contraddizioni di una ricostruzione non sempre lineare e razionale sono sotto gli occhi di tutti. L’emergenza sanitaria accentua lo spazio-tempo fra la città dei cantieri che pullula di operai e macchine operatrici e la città delle persone, almeno quelle già tornate nelle case da cui quasi 12 anni fa furono costrette a scappare. Nelle stradine del centro alle 11 del mattino si vede poca gente. Una signora porta a passeggio il cane, un anziano, in compagnia forse del giovane nipote, si infila nell’abitazione che è ancora occupata dalla ditta che ci sta lavorando e cerca di sbirciare all’interno per vedere come sarà il suo “nido” una volta che riavrà indietro le chiavi.
MAXXI PREPARATIVI. Piazza Santa Maria Paganica splende solo da un lato, quello di Palazzo Ardinghelli dove si muovono frenetici gli addetti del Maxxi, sezione aquilana dell’importante museo romano di Arte contemporanea che scaricano le opere d’arte che completeranno l’allestimento in vista dell’inaugurazione, Covid permettendo. Il “corso stretto” dovrebbe essere rinominato “corso lento”. Nell’altra vita, a ridosso di mezzogiorno, era come un’arnia accerchiata da migliaia di api. Ora si cammina senza affanno con le mascherine che rendono tutti più o meno anonimi e senza nemmeno la possibilità di un abbraccio o una stretta di mano.
I PORTICI. E poi si arriva ai Portici, il luogo più amato dagli aquilani, dove, scriveva tanti anni fa la grande scrittrice Laudomia Bonanni (L’Aquila 1907-Roma 2002) le “mamme portano le figlie a passeggio sperando possano trovare un buon partito”. Non c’è aquilano dai 25-30 anni in su che non ha un ricordo o un aneddoto legato ai Portici. Eppure oggi sono la testimonianza più evidente di una città sospesa. Percorribile e bellissimo il lato verso piazza Duomo, chiuso e “imbalsamato” il resto. Segno che per riprendere completamente il percorso interrotto alle 3,32 di una notte d’aprile ci vorrà ancora tempo. Ma guardare oggi la città che rinasce dà ancora le stesse emozioni che Laudomia Bonanni vergò in un suo scritto: “È un susseguirsi di piazze e piazzette, ciascuna col suo palazzo settecentesco, a fronte la chiesa coi rosoni, il cui traforo ha sopravvissuto a terremoti e guerre, i portali a colonnine e bassorilievi – i duecenteschi leoni acquattati si ritrovano spesso – festoni nicchie statuine. E dovunque preziose bifore, modanature di pietra alle finestre, portoni a sesto acuto con stemmi nobiliari, ricorrente l’emblema di San Bernardino: un santo che ha la sua magnifica chiesa, non nostro, il toscano dalle prediche bonarie e frustranti, così affine per certi versi allo spirito caustico degli aquilani. E c’è la incomparabile basilica di Collemaggio, dove Celestino papa umile e fortissimo, arrivò cavalcando un asinello”. Quella città raccontata così bene dalla scrittrice è destinata a perpetuarsi nel tempo fra il fluire delle generazioni e i tempi futuri senza una certezza se non la bellezza di uno scrigno immortale.
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