Cerimonia mercoledì per ricordare i 9 martiri aquilani

20 Settembre 2015

L’AQUILA. Si chiamavano Bruno D’Inzillo, Bernardino Di Mario, Fernando Della Torre, Carmine Mancini, Giorgio Scimia, Francesco Colaiuda, Anteo Alleva, Sante Marchetti, Pio Bartolini e avevano tutti...

L’AQUILA. Si chiamavano Bruno D’Inzillo, Bernardino Di Mario, Fernando Della Torre, Carmine Mancini, Giorgio Scimia, Francesco Colaiuda, Anteo Alleva, Sante Marchetti, Pio Bartolini e avevano tutti tra i 18 e 20 anni i nove martiri aquilani fucilati il 23 settembre 1943, 72 anni fa. Un giorno di lutto per la città che il Comune, in collaborazione con l'Istituto abruzzese per la storia della Resistenza dell'Italia contemporanea, vuole ricordare con una celebrazione solenne, articolata in diversi momenti. In particolare dalle 9.30, nel piazzale dell'Istituto di istruzione superiore Amedeo d'Aosta, si terrà l'inno nazionale e l'alzabandiera. Sarà poi deposta una corona d'alloro a fianco del cippo commemorativo. Alle 10.30 nella caserma Pasquali Campomizzi, dopo l'inno nazionale e l'alzabandiera, si terranno gli onori militari e la deposizione di una corona d'alloro nel luogo della fucilazione. Dopo l’8 settembre del 1943, infatti, un manipolo di dieci giovani aquilani si era unito ai partigiani che cercavano di respingere le truppe di occupazione tedesche. Per sfuggire ai rastrellamenti i ragazzi si erano rifugiati sulle montagne nei pressi di Collebrincioni. Catturati dal contingente tedesco dopo una delazione e condotti appunto nella caserma Pasquali, furono costretti a scavarsi la fossa. Nove di loro (i Nove martiri Aquilani) vennero fucilati, mentre il decimo si salvò forse grazie all'intervento di un'autorità fascista. I loro corpi furono rinvenuti solo dopo la liberazione della città dell’Aquila, avvenuta il 13 giugno del 1944, e successivamente ricomposti all’interno della scuola elementare “De Amicis”, dove ricevettero l’omaggio della cittadinanza. «Quello che accadde alle Casermette (le attuali caserme Pasquali e Campomizzi) rispose solo alla ferrea logica militare e all’autonomia tipica dei reparti operativi germanici», come ha spiegato lo storico Walter Cavalieri in una sua ricostruzione della tragedia. «Gli ex-prigionieri alleati protetti dalle garanzie del diritto internazionale vennero nuovamente internati, ma i dieci civili catturati con le armi vennero considerati senza processo “franchi tiratori” e, seduta stante, condannati a morte, a eccezione di Stefano Abbandonati, graziato in extremis perché ritenuto incapace di usare le armi a causa di una invalidità».

Michela Corridore

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