Cerone: per giocare al calcio vita equilibrata e controlli

11 Novembre 2016

Ecco i consigli del medico dello sport dopo la morte dell’ex vigile urbano su un campo di calcetto «I fattori di rischio come fumo, pressione alta, diabete e altro si abbattono con l’attività atletica»

L’AQUILA. Crollare su un campo di calcetto a 67 anni e dire addio alla vita. La morte di Franco Troiani, ex agente della polizia municipale dell’Aquila, sparge sale su una ferita aperta, quella del confine tra la pratica sportiva e i rischi per la salute.

La campagna di sensibilizzazione da parte di azienda sanitaria e federazioni sportive, nonostante l’impegno, non esaurisce la copertura del messaggio finalizzato a tutelare la vita dell’atleta.

Ne abbiamo parlato con il dottor Giuseppe Cerone, medico dello sport della Asl Avezzano-Sulmona-L’Aquila, impegnato soprattutto in questo periodo in un’ampia attività di visite sportive.

Dottor Cerone, come si può evitare una morte come quella avvenuta all’Aquila?

«Purtroppo, coloro i quali ritengono di giocare a calcio superata una certa età, diciamo dopo i 30-35 anni, devono tener conto di molti fattori di rischio».

Quali sono nel dettaglio?

«I fattori di rischio per lo sviluppo di malattie cardiovascolari sono il fumo, l’ipertensione arteriosa, il diabete, l’eccesso di colesterolo e trigliceridi nel sangue, l’obesità e il sovrappeso, la sedentarietà – da abbattere con un minimo di tre ore di esercizio fisico settimanale – e poi la familiarità».

Come si può limitare il rischio per chi fa sport, soprattutto dopo una certa età?

«Bisogna ricordare che è doveroso il concetto di sorveglianza, e cioè che si deve essere a conoscenza delle abitudini di vita di coloro che vogliono affrontare l’impegno agonistico, perché è impensabile che ci si presenti a giocare dopo una settimana oppure 10, 15, 20 e addirittura 30 giorni di riposo assoluto senza aver svolto una regolare attività fisica. Si tenga conto che l’attività fisica è assolutamente protettiva per il sistema cardiocircolatorio e per non essere a rischio. Chiaro?».

Le visite medico-sportive dovrebbero scongiurare sul nascere qualsiasi rischio. Giusto?

«Per quanto riguarda le visite mediche è assolutamente importante sottoporsi ad accertamenti specifici, tipo elettrocardiogrammi, elettrocardiogrammi con prove da sforzo, ecocardiografie, esami holter vari. Tenete presente, però, che gli esami diagnostici non sono in assoluto indicativi. Bisogna porre l’attenzione sullo stile di vita e sulla prevenzione che si fa abolendo i suddetti fattori di rischio».

Si sono registrati vari episodi tragici sui campi da calcio.

«Il caso di Pino Tofani (morto a Bugnara per un arresto cardiaco ndr) era l’emblema del rischio: se si vuole continuare a fare attività agonistica bisogna svolgere tre ore minimo di attività fisica come suggerito dalle varie organizzazioni mondiali della sanità nell’ambito del protocollo di prevenzione e terapia».

Tra le categorie più a rischio ci sono gli amatori di calcio?

«Io faccio di tutto non per scoraggiare, ma almeno per far cambiare le abitudini di vita di chi fa sport. Superata una certa età, allenarsi è più importante rispetto a quando si era giovani. Per svolgere attività agonistica c’è l’obbligo di certificazione medico-sportiva e i presidenti sono tenuti a controllare. Per il rischio che si corre c’è una incidenza di eventi paradossalmente inferiore a volte a quanto si potrebbe prevedere. Questo non significa scoraggiare il momento ludico-ricreativo e quindi l’aggregazione, il ritrovo tra amici. Bisogna assolutamente cambiare atteggiamento nei riguardi dell’attività che uno va a svolgere».

Quali gli sport alternativi che lei consiglierebbe?

«Gli sport aerobici, come podismo, ciclismo, sci da fondo, sono più consigliati rispetto a quelli anaerobici (calcetto, tennis) dove c’è un impatto energetico diverso».

E l’alimentazione?

«Deve essere equilibrata, ma del resto è importante per tutti, anche per chi non fa sport».

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