Chiude l’ultima casa-famiglia Giorgi: «Un danno incalcolabile»

12 Novembre 2021

Critico il coordinatore del Movimento celestiniano ed ex operatore in centri per l’assistenza:  «Queste strutture andavano potenziate e non smantellate, così si creeranno disagi a tante persone»

L’AQUILA. Preoccupazione per la chiusura definitiva dell’ultima casa-famiglia in città è stata espressa da Paolo Giorgi, coordinatore del Movimento celestiniano e già operatore nelle strutture di assistenza ai disabili psichici che parla di «una storia di disumana quotidianità in una città sempre più ostile»
«Le prime case famiglia», ricorda Giorgi, «furono aperte negli anni Ottanta sotto l’illuminata guida di padre Serafino Colangeli, e la supervisione di una équipe di tutto rispetto (Silvia Soccorsi, Claudio Del Bufalo, Sandro Sirolli, Noemi D’Addezio, Maddalena Dufrusine, Ernesto Placidi). Si tratta di strutture della Piccola opera caritas (Poc) segnali di una primavera di speranza per tanti “prigionieri” della propria malattia. La formula casa-famiglia era concepita “come una vera e propria famiglia”, sostitutiva di quella originaria, dove due operatori, uno maschile e l’altro femminile, erano sostitutivi delle figure genitoriali. Operato unici che provvedevano alle necessità di ogni genere, come in una vera famiglia, 24 ore su 24. Eravamo protagonisti di un cambiamento epocale. Questo sistema funzionava e i risultati, in termini di recupero psico-fisico, erano evidenti».
In Abruzzo, strutture del genere si moltiplicarono. Di qui partì una fase di concertazione, che coinvolgeva Regione Abruzzo e i ministeri della Sanita, degli Affari Regionali e del Lavoro, per elaborare una proposta di legge che salvaguardasse da un lato la nuova politica socio-assistenziale rappresentata dal sistema delle case-famiglia e dall’altro i livelli occupazionali. «Non fu facile giuridicamente», ricorda Giorgi, «ma al termine di estenuanti tentativi, fu approvata la Legge regionale 58 del 1984 che istituiva il Presidio pubblico multizonale di riabilitazione e lo affidava alle cure della Asl dell’Aquila». Da qui la situazione attuale. «Ora apprendo che l’unica casa-famiglia rimasta verrà smantellata e chiusa definitivamente. Mi chiedo, con quale titolo si chiude il presidio pubblico multizonale di riabilitazione istituito con legge regionale e affidato alle proprie cure. E mi chiedo perché l’azienda sanitaria, come avrebbe invece dovuto per legge, non ha potenziato i servizi, dotando la pianta organica delle figure professionali lì indicate, con la presa in carico di tanti disabili, che per comodità sono stati mandati anche in strutture fuori regione? In questi tempi di rinnovato bisogno per i più deboli, il presidio potrebbe essere uno strumento di rivalsa civile e morale». (fab.i.)
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