Cialente “ingombrante”, il Pd lo snobba

Non invitato alla direzione regionale. Il sindaco: sono un uomo libero che parla al cuore e non alla pancia della gente
L’AQUILA. «Mi sento ormai come certi vecchi zii, un po’ rompiscatole, che ci si dimentica di invitare alla cresima o al matrimonio. Uno zio ormai vecchiotto che ripete le stesse cose e che non ha in questi giorni idilliaci rapporti con la segreteria comunale del Pd. Mi rendo conto che ormai questo è un partito strano, dove o sei uno “yes man” e stai nel giro, o sei un numero telefonico in un server. Ci stai anche se sei il sindaco della città capoluogo, quello che era l’unico sindaco di centrosinistra, che vinceva controvento». È un Cialente deluso e irritato quello che commenta senza peli sulla lingua, come sempre più spesso è solito fare, il mancato invito alla direzione regionale del Pd, il “suo” partito, per l’elezione dei nuovi organismi dirigenti in programma ieri mattina. «Ho appreso casualmente dell’importante riunione, direi decisiva, viste le crescenti difficoltà del partito sia nella politica regionale, anche alla luce della recente sconfitta a Chieti, sia nel quadro dell’arretramento nazionale dei consensi e dell’emorragia di iscritti che registriamo. Io non sono andato, perché non invitato. Il nuovo segretario Marco Rapino mi ha inviato un messaggino di scuse, spiegando che vi è stato un problema di “server”. Una scusa davvero ridicola. È vero. Forse ho fatto il mio tempo. Forse alcuni miei valori, alcune mie analisi, alcune mie posizioni, sono superate dalla storia. Insomma, sono anche un sindaco a scadenza, un politico ormai sul binario morto. Forse hanno ragione i consiglieri d’opposizione quando affermano che il Partito democratico mi ama poco...forse mi solo sopporta. Non lo so. Forse Rapino e pochi altri sono veramente dispiaciuti dell’errore del server. Ma», dice Cialente, «non ne sono convinto».
Cialente, dunque, sindaco «ingombrante» per il Pd, un partito nel quale ammette di non sentirsi più di casa. «Sto dando fastidio», commenta, «perché mi permetto di segnalare una serie di problemi. Non so cosa farò tra due anni, alla scadenza della consiliatura, ma non ho bisogno di indossare nuove casacche perché credo di aver instaurato un buon rapporto con gli abruzzesi. Cosa certa è che continuerò a fare politica perché (insieme ad altri) ho ancora una missione da seguire: ricostruire un comprensorio, lottare per una sanità giusta in Abruzzo, per una regione nuova, per una politica vera. Sono una persona rigorosa. E su questo non guarderò in faccia a nessuno. Ho la rarissima fortuna di essere libero e di non dover ringraziare nessuno, se non gli elettori che mi hanno sempre dato la loro fiducia, bilanciando i miei numerosi errori, i miei scarsi buoni risultati, ma riconoscendomi la lealtà».
Quindi la critica più pesante al Pd. «Bisogna essere più partito e meno spa nella quale ognuno ha un pacchetto azionario con il quale tentare scalate. Non c’è più il partito che discute, ma leggi e riforme transitano solo sui titoli dei giornali. Io sento ancora il bisogno di parlare con la gente, anche con quella che mi insulta. In questo senso sì, sono un politico fuori dal tempo, perché oggi chi fa politica parla alla pancia e non al cuore e alla testa delle persone. Così vincono Salvini e Grillo. Manca il confronto sui grandi temi come quello della scuola e, per tornare a cose più vicine, sul futuro del Parco del Gran Sasso siamo alla deriva».
Poi il rammarico per la cancellazione della white list dal decreto sulla ricostruzione che sta creando più di un problema agli amministratori cittadini. «Lasciarci soli nella richiesta di legalità è la sconfitta dello Stato. Questo è un momento difficile, in cui assistiamo a una perdita di valori, ma le ideologie non sono finite e le scorciatoie sono sempre pericolose». Infine, un’altra freccia avvelenata all’indirizzo di chi dimentica gli inviti nel cassetto. «In questi anni mi sono “ciucciato”quattro governi, un mare di nuovi ministri, sottosegretari e quant’altro. Alcuni governi non mi erano amici. Ma con questi sono stato forse ancora più forte. Da avversari, almeno mi rispettavano». (m.m.)
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