Cialente: «Quattro anni per riavere i centri storici»

ENRICO NARDECCHIA. Ora che le gru ci sono – e le vedi svettare da qualunque punto di osservazione – ora che i palazzi del centro stanno rinascendo e che le facciate degli edifici tornano a mostrarsi,...
ENRICO NARDECCHIA. Ora che le gru ci sono – e le vedi svettare da qualunque punto di osservazione – ora che i palazzi del centro stanno rinascendo e che le facciate degli edifici tornano a mostrarsi, per dire che la primavera aquilana sia davvero arrivata bisognerà aspettare ancora. Aspettare, almeno, che i cittadini tornino ad animare queste piazze e queste strade che Quella Notte furono, per i più fortunati, il punto d’incontro e la via di fuga dall’orrore. Sei anni fa.
Oggi chi arriva all’Aquila ha la strana sensazione di trovarsi di fronte a una grande incompiuta. Ci sono cose fatte, e sono sotto gli occhi di tutti. E cose neppure sfiorate. E sono, a dire il vero, ancora più della metà. L’Aquila di oggi è l’Erma Bifronte che spacca in due ogni ambito della vita sociale. Che per alcuni non si è mai interrotta e per altri non esiste più. Così come per il lavoro e la casa. E l’elenco potrebbe continuare. L’anniversario passerà anche quest’anno, col suo carico enorme di sentimenti contrastanti.
Nelle 24 ore tra il 5 e il 6 aprile il dolore continuerà a essere solo e soltanto di chi ce l’ha. E basta. E tutti gli altri attorno saranno al massimo muti spettatori di quello che – si spera – non diventi soltanto lo stanco rituale di una volta all’anno. Ma che sia piuttosto una sosta, una tappa nel cammino di un impegno che deve durare ogni giorno, quando le luci della ribalta si abbassano fino a spegnersi e la città riappare così com’è. Non solo nel bianco della pietra degli edifici rimessi a nuovo. Ma pure nelle facce della gente, degli aquilani. Che in queste ore torneranno a interessare tutta l’Italia e anche oltre, con una pletora di dispensatori di verità assolute a buon mercato su quello che poteva essere e non è stato. Ma, pifferai magici a parte, salvare L’Aquila dall’oblio tocca a chi ha scelto di restarci.
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