Cippo di epoca romana, svelata la storia

Tagliacozzo, la lapide funeraria finì in municipio nel 1881 grazie all’accordo con un proprietario terriero
TAGLIACOZZO. Se qualcuno oggi, recandosi in Municipio, nell’attraversare l’atrio, rimane ammirato dal cippo funerario di epoca romana, lo deve a un compromesso raggiunto nel 1881 tra un proprietario terriero di Sorbo e l’amministrazione comunale di Tagliacozzo.
Il consiglio, nella seduta del 18 maggio, deliberava di «cedere una lapide mortuaria trovata in un fondo di Filippo Ciaprini in cambio della chiusura del passaggio del pubblico in un sentiero dello stesso fondo». Il ritrovamento era avvenuto in prossimità del tracciato di via Valeria che collegava Roma con Alba Fucnes.
La stessa delibera contiene un disegno del cippo e il testo dell’epitaffio. Il consiglio era presieduto dal sindaco facente funzioni, Paolo Gattinara – fratello di Giuseppe, sacerdote e autore di una “Storia di Tagliacozzo” – subentrato il primo maggio a Vincenzo Rosa.
Un compromesso che, se salvava dall’incuria un reperto di notevole importanza storico-archeologica, veniva però a penalizzare quegli agricoltori che si vedevano sbarrata la strada che solitamente percorrevano per recarsi nei campi. La delibera consiliare smentisce la testimonianza, non esente da incongruenze, di don Costantino Antonini, curato di Santa Maria in Sorbo, pubblicata il 19 agosto 1979 da “Sorbo ‘80”, quotidiano annuale della Pro loco della frazione.
Secondo Antonini il cenotafio fu rinvenuto nel 1826, in un terreno, pronto alla semina, di tale Giovanni Angelo Salvatori, che l’avrebbe dato, in cambio di 4 scudi, al barone Alessandro Mastroddi. Evidentemente si trattava di un altro cippo.
Sulla facciata anteriore del cippo, databile all'inizio del II secolo d.C., si legge; D(is) M(anibus) S(acrum)/ T(itus) Tituleius/ Successus/ Sevir Aug(ustalis)/ Sibi et/ Sextuleiae/ M(arci) L(libertae) Secundae/ Coniugi B(bene) M(erenti)/ P(osuit)-Sacro agli Dei Mani, Tito Tituleio Successo, magistrato addetto al culto di Augusto, pose (questo cippo) per sé e per la benemerita consorte Sestuleia Seconda, liberta di Marco.
Sul lato sinistro (destro per chi guarda) sono raffigurati uno specchio, uno spillone e due ampolle, oggetti riferiti a Sestuleia. Sul lato destro (sinistro per chi guarda) due calzature e una piccola cesta con frutta e verdura, riferiti a Tito Tituleio e alla sua attività.
Dal testo si evince che Tito Tituleio era un “seviro”, cioè uno dei sei membri del collegio, fondato nel 14 d.C. da Tiberio per il culto del di Augusto. I componenti del collegio, che si rinnovava ogni anno, dovevano essere persone facoltose, in grado cioè di affrontare le spese che l’organizzazione di spettacoli in onore di Augusto comportava.
Dall’epigrafe emerge che Sestuleia era una “liberta”, cioè una schiava affrancata; Tituleio invece apparteneva a una famiglia che ad Alba aveva acquistato prestigio sociale e ricchezza.
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