«Con il canto raccontiamo le emozioni»

10 Novembre 2018

Il fondatore e maestro del coro della Portella «Cresciuto col suono della fisarmonica di papà»

Vincenzo Vivio, nato a Paganica 65 anni fa, è docente al Liceo Classico dove insegna storia dell’arte. Architetto, papà di sei figli – e da qualche anno nonno – è conosciuto all’Aquila, in Abruzzo e in Italia anche per essere il fondatore e storico direttore del Coro della Portella che lunedì, all’Auditorium del Parco del Castello, presenterà il suo nuovo Cd “La sera dei baci-canti di guerra e d’amore” in occasione del centenario della vittoria italiana nel primo conflitto mondiale.
Professor Vivio, innanzitutto ci racconti della sua infanzia a Paganica e della sua formazione culturale.
«Sono cresciuto nell’Italia dignitosamente povera del Dopoguerra, studiando e lavorando nella falegnameria di mio padre Cesare in quella che oggi chiamerebbero alternanza scuola-lavoro. Insomma una vita dura, illuminata però la sera dalle note della fisarmonica di papà, che suonava con rara finezza, essendosi perfezionato a Torino alla scuola di Gorni Kramer mentre faceva il carabiniere. Ricordo ancora con grande nostalgia quelle manone ruvide volare con magica leggerezza sulla tastiera. Poi un giorno, inspiegabilmente, ripose lo strumento su di uno scaffale e non l’ha più toccato. E quando si accorse che la sua “Scandalli” rossa aveva ricominciato a suonare sotto le mie di mani, fece di tutto per scoraggiarmi, quasi fosse solo tempo perso, sottratto allo studio e al lavoro. Ciononostante io continuai a coltivare quel demone, dapprima segretamente e poi allo scoperto in vari complessi rock, dove ho suonato diversi strumenti da autodidatta, anche se la musica ha rappresentato per me sempre un puro diletto, un qualcosa in più da affiancare agli studi universitari e al lavoro».
La sua passione per la storia, l’archeologia, l'arte, il territorio e più specificamente la montagna aquilana è una passione precoce e il suo primo vero lavoro è alla Soprintendenza all’epoca diretta da Renzo Mancini. Come fu quell’esperienza?
«Quando entrai in Soprintendenza ero al settimo cielo. In effetti sognavo quel lavoro fin dal Ginnasio, avendo maturato sui libri una vera passione per la storia dell’arte, il restauro e l’archeologia. E nonostante le tante contraddizioni interne all’ufficio lavorai con impegno e dedizione, organizzando anche diverse mostre e curandone i relativi cataloghi. Con un gruppo affiatato di colleghi ci inventammo pure i Quaderni didattici della Soprintendenza. Ebbi anche l’opportunità di lavorare a lungo nella Marsica, scoprendone non solo i monumenti, ma anche l’umanità, e trovarvi molti amici anche dopo l’auto-licenziamento, quando decisi di andarmene a insegnare nel Liceo Torlonia di Avezzano».
Perché lasciò la Soprintendenza e com’è stato, in questi anni, il rapporto con i suoi studenti?
«Faccio veramente fatica a parlare di quella rinuncia dolorosa. Ma purtroppo i sogni giovanili, gli ideali e le grandi aspirazioni si infrangono spesso con la realtà dell’esperienza. In quegli anni terribili – che qualcuno chiama formidabili – maturai la convinzione che per coltivare ancora la speranza in questo Paese dove non funziona niente si può solo tentare ricominciando dalla scuola. E a distanza di tanti anni sono ancora contento di quella scelta, pur avendo l’impressione che le cose nel frattempo siano persino peggiorate e vengono oggi al pettine i nodi di parecchie questioni irrisolte. Per il resto considero il rapporto coi ragazzi una ricchezza e un privilegio rari, anche se oggi la burocrazia della scuola rischia di guastare sempre più quel che c’è di buono dentro le aule».
Una gran parte della sua vita lei l’ha dedicata al canto pur non essendo un musicista. Come ci arriva, come e quando nasce la Portella?
«Da ragazzo, mentre strimpellavo l’organo in un complessino, entrai quasi per caso come secondo fisarmonicista nel Coro Gran Sasso dell’indimenticabile Paolo Mantini. E lì subii dapprima il forte impatto emotivo con la sonorità di un grande complesso canoro, e subito dopo quello folgorante con i “canti di montagna” nel Festival nazionale di Piazza Navona a Roma. Era il 12 giugno del 1972, e quella “malattia” non mi ha più abbandonato. Anzi, direi che nel tempo è cresciuta la consapevolezza che le sonorità particolari prodotte dal coro maschile a voci pari suscitano emozioni non comuni in altri generi musicali. Il Coro della Portella nasce esattamente dieci anni dopo a Paganica durante un raduno degli alpini. E la preziosa esperienza accumulata da me nel tempo, dirigendo anche il coro della Scuola militare alpina di Aosta nel 1980 e il coro del Battaglione alpini L’Aquila nel 1981, si è subito riflessa nell’attività del coro, facendone ben presto uno dei gruppi più amati della regione».
In tutti questi anni quanti concerti avete tenuto e quanti Cd avete pubblicato?
«Può sembrare un paradosso, ma l’avventura del Coro Portella è stata talmente frenetica e fitta di impegni che non abbiamo mai avuto il tempo di scriverne la storia. I concerti sono stati veramente tanti, sicuramente oltre gli 800, anche in sale di grande prestigio, all’estero, alla radio e in televisione. Come tanti sono stati i Cd, dal momento che presenteremo lunedì il sesto documento della nostra attività. Indubbiamente un bel traguardo di cui rivendico, senza falsa modestia, la coerenza delle scelte culturali, il rigore delle armonizzazioni e la scelta consapevole del canto autenticamente popolare, capace ancora di emozionare e commuovere raccontando con semplicità i sentimenti universali di ogni uomo. Personalmente tento di lottare, ma a quanto pare con scarso seguito, contro il falso folclore dei “canti d’autore”, che poco o niente veicolano dell’anima autentica di un popolo, mentre sviliscono le potenzialità espressive di molti bei cori abruzzesi».
Lunedì quindi presenterete l’ultimo Cd in ordine di tempo, com’è nato e cosa contiene?
«La pubblicazione del Cd conclude un ciclo di concerti dedicati all’anniversario della Grande Guerra, che ha visto impegnato il Coro della Portella durante tutto il 2017 e il 2018 in diversi centri della provincia. Il ricordo di alcuni eroi abruzzesi in varie manifestazioni commemorative, come il colonnello Francesco Rossi a Paganica, o il tenente di vascello Andrea Bafile a Monticchio, fino al più semplice soldato rievocato nelle lettere dal fronte a Carrufo, ha trovato proprio nei canti militari il compendio più toccante e suggestivo per una lettura più completa ed emozionante del dato storico. Il disco raccoglie 15 canti alpini, nati al fronte o rielaborati su antiche melodie popolari, dove si mescolano le pulsioni contrastanti della paura e della fatica, dell’accettazione virile della guerra, dell’amore per la vita e del senso dell’onore, senza alcuno spazio per l’odio o la tracotanza e sempre all’interno di un sostanziale antibellicismo. Il disco inizia con “Ti ricordi la sera dei baci”, canto struggente di un alpino che non è più tornato a casa, nel ricordo della sua ragazza che aveva promesso di sposare. Al tema dell’amara partenza verso l’ignoto si ispirano sia “E col cifolo del vapore” che “La tradotta”, entrambi caratterizzati da cadenze particolarmente tristi e solenni. Conclude la raccolta un brano notissimo, nato nel 1528 in memoria del capitano marchese di Saluzzo e passato da esercito a esercito agli alpini, che lo fecero proprio nelle trincee del primo conflitto mondiale col titolo del “Testamento del capitano”. In definitiva il disco intende documentare il lavoro di diffusione e di valorizzazione svolto dal coro. E nel contempo vuole rappresentare un utile strumento per estendere la rievocazione della Grande Guerra ben oltre i confini temporali della commemorazione del Centenario».
Lei è anche un attento osservatore della realtà locale e dei processi della ricostruzione. Che idea si è fatta di come sta rinascendo la città?
«Mi dispiace dirlo, ma vedo più ombre che luci. Indubbiamente le difficoltà sono tante e nessuno ha la bacchetta magica per risolvere bene e presto problemi enormi. Ma dopo il terremoto del 1703 la città venne ricostruita in forme più moderne, trasformando la tragedia in una grande occasione di rinnovamento. Oggi invece ho l’impressione che il post-sisma sia solo una grande occasione di spesa, dove pochi fanno fortuna e molti rimangono schiacciati nelle maglie, le storture e i ritardi dei meccanismi della ricostruzione. Mi pare ci sia scarsa attenzione alle strutture pubbliche, alle scuole e ai posti di lavoro per i nostri ragazzi, che se ne vanno tutti altrove a cercarsi un possibile futuro. Mi ha molto colpito poi, anche perché ci lavoro, la penosa vicenda del Cotugno, una scuola – parlo della sede di Pettino – che considero tra le più belle e sicure d’Italia e che noi abbiamo evacuato in tutta fretta sulla scorta di una presunta insicurezza secondo me tutta da dimostrare. Capisco che, morsi dalla vipera, abbiamo paura anche della lucertola. Ma con la paura e le psicosi non si va da nessuna parte. Intanto continuiamo a sottoporci a disagi infiniti a quasi dieci anni dall’immane tragedia, senza che s’intravveda una qualche prospettiva. Non è sconfortante? Dove sono gli aquilani coraggiosi e lungimiranti del Duecento?».
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