Contagi per sangue infetto Danni per oltre 2 milioni

11 Marzo 2020

Il ministero deve risarcire gli eredi di un uomo di Avezzano e una donna di Penne L’avvocato Carpineta: «Stabilita connessione tra le trasfusioni e le malattie»

AVEZZANO. Salasso doppio per il ministero della Salute chiamato dal Tar dell’Aquila ad aprire i cordoni della borsa per le morti di due pazienti legate a trasfusioni infette contratte nell’area della Marsica e nel Pescarese negli anni 70/80: i giudici amministrativi, seppur con sentenze diverse, hanno accolto le due richieste dell’avvocato difensore, Cristian Carpineta, intimando al Ministero, «che aveva l’obbligo del controllo e della vigilanza in materia di raccolta e distribuzione di sangue umano», di dare corso a quei risarcimenti agli eredi, (2 milioni e 200mila euro complessivi) rimasti appesi dopo le pronunce dei tribunali, entro 90 giorni.
Correva l’anno 1981 quando D.G., dopo un incidente stradale, fu ricoverato all’ospedale di Avezzano, dove subì più trasfusioni di sangue: 13 anni dopo, nel ‘94, in seguito a un nuovo ricovero all’ospedale marsicano, l’uomo, poi morto, risultò portatore di patologie epatiche riconducibili a infezioni da virus Hbv e Hcv. «La valutazione espressa dalla commissione medico ospedaliero, verbale 344 del 17 aprile 1999, nella quale dava atto dell’assenza di fattori di rischio diversi dall’emotrasfusioni», ricorda Carpineta, «ritenne provato il messo casuale tra il travaso di sangue a D.G. all’ospedale di Avezzano e l’epatite cronica evoluta in cirrosi epatica che portò al decesso dell’uomo. Il Ministero, però, nonostante questo non pagò, quindi, ho chiesto al Tar il giudizio di ottemperanza per il risarcimento degli eredi, poiché la morte di un soggetto lede in modo irreversibile il rapporto parentale che lega alla vittima i suoi prossimi congiunti».
Stesso filone e medesima sorte per D.A., che fu sottoposta a una serie di trasfusioni all’ospedale di Penne, nei primi mesi del 1972, a causa un’anemia acuta. Successivamente, nel 1988, durante un nuovo ricovero, stavolta all’ospedale di Chieti, in seguito a un’epatite acuta, risultò positiva al virus dell’epatite di tipo C (HCV) – che avrebbe contratto 16 anni prima – e sviluppato la cirrosi epatica che la condusse alla morte dopo 33 anni di malattia. In tale occasione venne sottoposta ad esame bioptico e le venne diagnosticata una epatopatia irreversibile. Il tribunale dell’Aquila a maggio del 2016 ha accolto la domanda di risarcimento stabilendo che il ministero della Salute doveva essere ritenuto responsabile del contagio e della successiva morte della donna. Anche in questo caso, però, il “colpevole” ha fatto orecchie da mercante.
Ora i giudici del tribunale amministrativo regionale dell’Aquila hanno emesso il giudizio di ottemperanza fissando in 90 giorni il tempo per il risarcimento: 600 mila euro iure hereditatis, più 200mila per ognuno dei quattro eredi.
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