Così la camorra ha investito nel Fucino

10 Maggio 2018

L’Antimafia: con 30mila euro il boss intendeva ricavare milioni, aveva individuato terreni per marijuana di qualità

AVEZZANO. L’idea di “investire” nella Marsica è venuta al boss Antonino Di Lorenzo detto o’ lignammone. Aveva infatti sborsato trentamila euro per avviare la coltivazione di marijuana che avrebbe dovuto fruttare milioni di euro. È quanto emerge dall’inchiesta anti-camorra che ha portato all’arresto di otto persone con l’accusa di associazione finalizzata alla coltivazione e al traffico illecito di sostanze stupefacenti. I provvedimenti sono stati emessi dal gip del tribunale dell’Aquila, Guendalina Buccella, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia. Il boss dei Monti Lattari aveva preferito il Fucino alla zona di Gragnano, dove le montagne erano troppo «scoperte dalle forze dell’ordine». La piana marsicana, invece, doveva essere lontana da occhi indiscreti. Una vera e propria delocalizzazione, come fanno i grandi gruppi industriali. Il terreno del Fucino, inoltre, era stato scelto perché poteva garantire un prodotto di qualità. Al progetto di coltivazione e traffico di droga nella Marsica aveva collaborato l’altro boss Ciro Gargiulo soprannominato o’ biondo. I due, secondo l’accusa, sono personaggi di spicco di un clan camorristico radicato nei rispettivi paesi di provenienza: Lettere e Casola. Ma per entrambi si sono aperte le porte del carcere. In cella anche Diodato Di Martino, sempre napoletano. Ai domiciliari sono finiti Carmine Di Lorenzo, Romeo Pane, Antonio Criscuolo, Anna Scotto Di Gregorio e Pasquale Di Nola. Anna Di Gregorio Scotto è l’unica residente nella Marsica, a Luco dei Marsi, gli altri sono di Gragnano e Castellammare di Stabia. Indagati nella vicenda anche Gianfranco Scipioni di Avezzano, compagno della Scotto, Veronica e Gennaro Casillo, entrambi di Napoli, figli della donna, tutti residenti a Luco. Secondo l’accusa, Scipioni era «il braccio sul territorio dei camorristi» ed era riuscito a seminare e coltivare migliaia e migliaia di piantine di marijuana, per un peso di sei tonnellate e per un valore di due milioni di euro. Una quantità di droga sequestrata nel settembre 2016. Sempre secondo le accuse, era stato Scipioni a organizzare la piantagione finanziata dai boss. Le piante, coltivate in un terreno di circa un ettaro alle porte di Luco, a Strada 40, erano arrivate a circa tre metri di altezza. Ma secondo i difensori di Scipioni, gli avvocati Roberto Verdecchia e Alessandro Marcangeli, «l’imprenditore agricolo è stato consapevolmente o inconsapevolmente solo un anello della vicenda. Un ruolo assai limitato nel tempo, oltretutto in un episodio circoscritto all’anno 2016».
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