Costruttori avari con la città

5 Settembre 2017

Il Fondo Etico dell’Ance è fermo. Pochi gli investimenti delle aziende nel sociale e sport

L’AQUILA. Imprenditori che prendono i soldi della ricostruzione e scappano, di fuori. Ma anche operatori economici locali che, nonostante fior di milioni di lavori, hanno reinvestito poco o nulla in quella che viene chiamata “clausola sociale”. Anzi, come le cronache giudiziarie e le indagini testimoniano, le “clausole” spesso sono finite altrove. Alla faccia delle tante promesse.
Dopo la denuncia-appello al sindaco Pierluigi Biondi, da parte del presidente del Comitato regionale rugby, Giorgio Morelli, che, in una lettera, chiede il coinvolgimento dell’imprenditoria impegnata nella ricostruzione dell’Aquila e frazioni per aiutare il mondo dello sport e della cultura locali, gli imprenditori provano a difendersi. A cominciare dall’Ance, l’Associazione nazionale costruttori edili. Accanto pubblichiamo l’elenco degli imprenditori, impegnati nel settore dell’edilizia, che hanno aderito al Fondo Etico (una sorta di contenitore dove dovevano confluire i soldi raccolti con la “clausola sociale”, cioè soldi – il 2 per mille – che gli stessi che lavorano alla ricostruzione avrebbero dovuto reinvestire nel sociale). Ma non è mai partito, perché in realtà in pochissimi hanno messo i soldi. Si va dai 31.133 euro della Cingoli Nicola & Figlio – contributo volontario di iscrizione al Fondo Etico – ai 435 euro della Palombizio Costruzioni, di Sergio Palombizio. Una miseria.
«Siamo completamente d’accordo con la riflessione che il Centro propone nell’articolo di ieri sulle imprese provenienti da fuori, che incassano senza lasciare nulla al territorio», prova a difendersi Ettore Barattelli, presidente dell’Ance provinciale, dunque tra gli imprenditori più criticati. «L’impegno etico dovrebbe sopravvenire spontaneo, soprattutto in virtù dell’origine drammatica di queste occasioni di lavoro, scaturite da una tragedia che nulla lascia ai residenti, se non il problema di rimettere insieme i cocci di un’economia territoriale e di una comunità, con i suoi necessari riti culturali e aggregativi. Le imprese locali aderenti all’Ance – ma esistono altre sigle associative di imprese edili, industriali e figure professionali nella filiera della ricostruzione – hanno ideato uno strumento adeguato per incoraggiare le donazioni sociali, culturali e sportive, il Fondo Etico». Peccato si sia rivelato però un fiasco. Lo strumento, nonostante le belle parole di Baratelli, non è infatti mai partito. Tanto che il presidente, Aldo Mancurti, funzionario in pensione di Palazzo Chigi, è scomparso dalla circolazione. «Oltre il 50% dei lavori viene eseguito da imprese di fuori regione, che non si iscrivono al Fondo Etico, né concedono donazioni in proprio. Vedi la Costa (200 milioni), la Mazzi (100 milioni), finite male e che oltre a non lasciare nulla, hanno messo in gravi difficoltà i piccoli imprenditori», sottolinea Barattelli, che conclude: «Personalmente, insieme a Marinelli e Vittorini, abbiamo messo in due anni 120 mila euro (dal 2009 al 2011) per L’Aquila Rugby. Ho sponsorizzato l’Atletica L’Aquila, l’evento con Fabio Capello e altri a Scurcola, dove ho operato».
«Il problema non siamo solo noi aquilani, dove c’è chi parla troppo e non fa fatti, ma molte imprese di fuori, che hanno preso una fetta di 2,5 miliardi di euro su 5 disponibili. Dove sono i loro soldi?», chiede Gianni Frattale, della Edilfrair. «Nel 2009 feci subito un cartello di imprenditori e raccogliemmo 4,5 milioni di euro, nei miei sei anni di presidenza Ance. E personalmente con la mia azienda ho investito 670 milioni di euro nel sociale», aggiunge Frattale. «Il Fondo Etico lo abbiamo inventato insieme a Eliseo Iannini. E ora di quel Fondo non c’è più traccia. Purtroppo a tirare fuori i soldi per il sociale siamo sempre i soliti noti. Chi lavora in questo territorio, invece, ha l’obbligo morale di lasciare qualcosa alla città. Per le imprese di fuori», conclude Frattale, «doveva esserci l’obbligo, anche per i privati, di far mettere una clausola nel contratto di appalto del 2 per mille da destinare al sociale». La “clausola” che nessuno ha inserito.
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