Crollo del Convitto nazionale: ferito fa causa per 300mila euro

30 Novembre 2022

Il ricorrente, all’epoca minorenne, cita la Provincia in sede civile per il risarcimento dei danni La richiesta si basa sulla sentenza della Cassazione: «L’edificio versava in pessime condizioni»

L’AQUILA. Si sposta sul piano civile e dei risarcimenti la vicenda del crollo, il 6 aprile 2009, del Convitto nazionale, dove ci furono tre vittime e alcuni feriti. Il 13 dicembre è stata fissata un’udienza davanti al tribunale civile per discutere della richiesta di danni (oltre 300mila euro) avanzata da uno dei feriti (nel 2009 era minorenne).
Sono stati chiamati in giudizio il ministero dell’Istruzione e il Convitto nazionale che, a loro volta, hanno coinvolto l’amministrazione provinciale, un dirigente della stessa Provincia all’epoca dei fatti, e un’assicurazione. Come noto, in sede penale la vicenda è stata chiusa dalla Cassazione con la condanna dell’allora preside Livio Bearzi (poi graziato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella). L’iniziativa risarcitoria poggia proprio sulle motivazioni della Cassazione. «La situazione di allarme sismico era conclamata», scrissero i giudici nella sentenza di terzo grado. «In quella notte fatale si era in presenza di indicazioni drammatiche e incalzanti che imponevano di corrispondere con immediatezza alle pressanti richieste dei giovani allievi e particolarmente di quelli minori». I supremi giudici, analizzando il comportamento del preside, concordarono sul fatto che «manifestò negligenza e imprudenza, imponendo ai ragazzi di sopportare un rischio intollerabilmente elevato che si concretizzò nel breve volgere di poche ore». L’ex preside avrebbe dovuto far uscire gli studenti da quella vecchia struttura “prossima al collasso”. La Cassazione rimarcò che «non vi è dubbio che l’ente Convitto e il ministero dell’Istruzione debbano rispondere delle condotte colpose del preside» e ricordò «che L’Aquila era interessata dall’autunno 2008 da uno sciame sismico consistente in numerose scosse di intensità crescente. Nella tragica notte vi furono due forti scosse, cui ne seguì una di particolare violenza alle 3,32 del 6 aprile 2009, con magnitudo 6,3. A nulla rilevano le rassicurazioni provenienti da fonti della Commissione grandi rischi dato che, indipendentemente dal contenuto di tali rassicurazioni, nessuno poteva escludere il verificarsi di altre scosse nel contesto dello sciame sismico in corso, anche più intense di quelle già registrate. La scossa fatale non fu eccezionale e rientrava nell’ambito del probabile, come tutti gli eventi di medio-alta intensità in zone sismiche significative come l’area aquilana. I terremoti rientrano nelle ordinarie vicende del suolo e non possono essere considerati fatti eccezionali. D’altra parte, la scossa non cagionò il crollo di tutti gli edifici neppure nel centro storico; e quelli interessati da interventi di consolidamento subirono danni ma non conseguenze disastrose. Viceversa il Convitto versava in pessime condizioni più volte contestate e accertate. C’era una situazione di tale degrado che il semplice susseguirsi delle scosse, indipendentemente dalla loro crescente intensità poteva esser causa di un crollo come quello poi verificatosi».
Lo stato dell’edificio emergeva anche da una scheda redatta da Abruzzo Engineering nell’ambito del progetto “vulnerabilità sismica degli edifici scolastici” commissionato dalla Regione a seguito del terremoto di San Giuliano. «Ne emerge», scrissero ancora i giudici, «un quadro allarmante con valutazioni in ordine al grado di vulnerabilità che andavano dalla elevata alla media (quella che caratterizzava la zona nella quale si sono verificati i decessi) tale da imporre immediati interventi di restauro e consolidamento. Il documento prevedeva il rischio esteso fino al 50% delle mura e delle strutture portanti. I crolli si sono verificati proprio nelle zone segnalate come più vulnerabili da Abruzzo Engineering».
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