Da baracche a villette: viaggio nelle case post-sisma all'Aquila

Il nodo delle abitazioni provvisorie a rischio abbattimento. L’assessore comunale Di Stefano: "C’è chi ne ha approfittato"
L’AQUILA. La badante risponde al campanello e chiede di attendere un istante, poi al cancello si avvicina una ragazza che nella villa color salmone, dal grande cortile, piscina che svetta sulla sinistra e cancello automatico, vive da quando ha 10 anni. «Non so niente di queste cose, io abito qui da dopo il terremoto», dice rispondendo a domanda. La bella villa si trova lungo una strada che interseca la Mausonia, via dell’Aquila a Monticchio per la precisione, nella zona Est della città, una di quelle zone che più di altre ha visto il suo volto cambiare, mese dopo mese, con la delibera 58, quella che dal maggio 2009 al dicembre 2010 ha dato la possibilità a tantissime famiglie di ricostruirsi, con soldi propri, una casa provvisoria evitando di lasciare la città. La villa color salmone è una di queste.
Panorami stravolti, campagne intere in cui spuntano come funghi, da Est a Ovest (anche a Preturo, Coppito, Sassa), case e casette, baracche e ville nate come risposta immediata all’esigenza dei terremotati di avere un tetto sulla testa. Casette dell’emergenza, insomma, che però oggi, a distanza di oltre sette anni dal terremoto, sono ancora lì. Alcune risultano completamente abusive e non segnalate e vanno, quindi, smantellate. Se n’è discusso due giorni fa durante un’animata commissione comunale, nella quale è emerso che soltanto poco più di duemila sono quelle censite dal Comune, le altre (molto oltre il doppio) sfuggono al suo controllo.
Ora il Comune chiede il conto: quelle abusive o che non rispettano i parametri della delibera (ad esempio quelle ancora in piedi anche una volta riavuta la propria abitazione ricostruita) dovranno essere abbattute. Ma è difficile convincere chi vi risiede. Come si fa a buttare giù, per esempio, le ville gemelle color rosso pompeiano a ridosso della rotonda per Monticchio?
Tra l’inizio e la fine della strada ci sono una decina di strutture di tutte le tipologie: da quelle tirate su con due soldi a quelle costate un capitale, come le due inglesine gemelle un po’ rialzate all’inizio della strada. «Questa casa è stata costruita con la delibera 58», dice un uomo sull’uscio di una villa rosa un po’ più grande e isolata rispetto alle altre. Ma la delibera dice che dopo tre anni bisogna smontarla, che farà? «Vero, ma è anche vero che noi ci viviamo da parecchio tempo e dal Comune finora non si è mai fatto vedere nessuno. Io l’ho costruita, se la vogliono abbattere che lo facciano», aggiunge, «ma di certo non mi è costata solo mille euro. Infatti ho dovuto fare un mutuo», spiega sgranando, con il braccio teso a indicare l’orizzonte, un rosario di casette provvisorie: «Quella lì, quella lì, quella lì...».
Tra tutte spunta una sorta di cubo di legno progettato, pare, da un famoso architetto. In verità la famiglia in questione non ha ancora potuto ricostruire la sua casa in centro storico, dunque nulla da eccepire; ma «c’è chi ne ha approfittato realizzando una casa per farsi un’altra abitazione su un terreno agricolo che altrimenti non sarebbe mai diventato edificabile», dice l’assessore alla Ricostruzione Pietro Di Stefano. Laddove non arriverà ad abbatterle il Comune, arriverà la Procura: gli atti comunali sono già stati inviati e questo presuppone l’avvio di indagini. Alcune di queste casette sono state affittate, altre vengono usate come studi professionali.
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