Debito col Comune fino all’età di 120 anni

Clamoroso caso di un cittadino chiamato a restituire a rate 150mila euro non dovuti per l’abitazione equivalente
L’AQUILA. Nel 2013 aveva ottenuto oltre 150.000 euro per l’acquisto di una casa al posto di quella gravemente danneggiata e classificata E (contributo avuto in base alla sventurata norma sull’abitazione equivalente) localizzata in pieno centro storico del capoluogo. Un anno dopo il Comune si accorse che il beneficiario non aveva diritto alla casa equivalente (per mancanza di requisiti) e giustamente chiese indietro i soldi. Il cittadino, però, si è rifiutato di restituire i 150.000 euro ottenuti illegittimamente e sembra che abbia donato a terzi – in maniera risultata legittima e nelle more del procedimento avviato dal Comune per riavere il denaro – tutti i suoi beni immobili per cui, quando l’amministrazione pubblica ha ottenuto dal tribunale un provvedimento per obbligare l’uomo a sanare il contenzioso, si è trovata in mano un pugno di mosche.
IL PIGNORAMENTO. L’unica cosa possibile è stata quella di pignorare al cittadino – che ha circa 70 anni – un quinto della pensione per cui, mentre i soldi per la casa equivalente li aveva avuti subito, ora li restituirà in comode rate mensili (poco più di 250 euro) per un periodo di circa 50 anni. Quindi finirà di pagare alla non verdissima età di 120 anni. Al Comune, a questo punto, non resta che augurare al cittadino lunghissima vita.
LA STORIA. È questa una storia che si aggiunge alle tante che hanno caratterizzato il post-sisma, con particolare riferimento alla “casa equivalente”. I 150.000 euro avuti dalla persona in questione, se si vuole, sono anche una delle cifre più basse elargite a centinaia di terremotati che hanno mollato il rudere al Comune e acquistato casa non solo fuori comune dell’Aquila ma anche fuori regione (Roma in particolare) con cifre medie di 400.000 euro e con punte che in un caso almeno hanno superato il milione (e c’è chi si è pure fatto pagare il mutuo acceso con la banca). La vicenda di cui sopra non esce naturalmente da un libro di fiabe, ma dal burocratico linguaggio di alcune determine dirigenziali, l’ultima delle quali risale a qualche giorno fa.
L’ATTO. Nell’atto si racconta che il cittadino chiese “ai sensi dell’ordinanza 3790 del 2009, la concessione del contributo per la copertura degli oneri relativi all’acquisto di abitazione sostitutiva di quella principale distrutta dal sisma e classificata “E”. A seguito di istruttoria tecnico-economica positiva, effettuata dal Consorzio Cineas (che, come si ricorderà, era una parte della cosiddetta filiera che ha esaminato le pratiche della ricostruzione fino all’inizio del 2013) la domanda è stata ammessa a contributo definitivo nel 2013 e la somma è stata accreditata subito dopo. Nel 2014 però il competente ufficio Rilascio buoni contributo del Settore ricostruzione privata comunicò al beneficiario l’avvio del procedimento di riesame della domanda di contributo, contributo che fu revocato per carenza dei requisiti di ammissibilità e fu ordinato all’interessato di restituire la somma erogata”. Cosa che non è avvenuta, nonostante solleciti, precetti e ingiunzioni. Alla fine per ottenere – se pur con rate cinquantennali – il dovuto il Comune si è rivolto al Tribunale che ha “assegnato in pagamento al Comune dell’Aquila e a carico del terzo pignorato, Istituto nazionale della previdenza sociale, gli importi mensili erogati nei limiti di un quinto della pensione”.
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