Delitto del Morrone, l’orrore non si dimentica

21 Agosto 2021

L’anniversario: Diana e Tamara uccise 24 anni fa da un pastore macedone. Si salvò un’altra ragazza

SULMONA. Era quasi mezzogiorno quando il 20 agosto di 24 anni fa, nel bosco di Mandra Castrata, poco distante dalla vetta del monte Morrone, accadde una tragedia che scosse tutta l’Italia e che Sulmona non dimentica. Due giovani turiste venete, Diana Olivetti e Tamara Gobbo, vennero barbaramente uccise dal pastore macedone Halivebi Hasani, davanti agli occhi di Silvia Olivetti sorella di Diana. Le tre ragazze furono aggredite dopo aver chiesto indicazioni sul sentiero da seguire per arrivare sulla cima del Morrone.
Il macedone, dopo averle accompagnate, usando dapprima modi gentili, all’ingresso del bosco di Mandra Castrata, estrasse di tasca una pistola e sparò colpendo Silvia Olivetti e Tamara Gobbo. Pensando di averle uccise, aggredì Diana tentando di violentarla, per poi esplodere un ultimo colpo al cuore della giovane. Le indagini, portate avanti dalla squadra anticrimine del commissariato di Sulmona di cui facevano parte Adriano Di Buccio, Daniele L’Erario, Tarcisio Iacovone, Ramon Safon, Maurizio D’Alessandro, Sergio Doroteo, Renzo Ciuffini, oltre a Donato Calvi scomparso qualche anno fa per una malattia, si risolsero in poche ore proprio grazie alla testimonianza di Silvia, sopravvissuta al massacro.
La giovane, che allora aveva poco più di 20 anni, fingendosi morta riuscì, seppur ferita a un fianco, a scendere a valle percorrendo un canalone impervio e difficoltoso, a raggiungere la frazione delle Marane e a dare l’allarme. In poche ore la squadra anticrimine, proprio grazie alla testimonianza di Silvia Olivetti riuscì a raggiungere e arrestare il pastore macedone, prima che potesse far perdere le proprie tracce.
Hasani confessò circa 24 ore dopo, il 21 agosto, dopo l’ultima perlustrazione nello stazzo in località Campotosto, dove viveva in tutta solitudine insieme al suo gregge. Condannato all’ergastolo, il pastore macedone dopo aver fatto il giro di alcuni istituti di pena è finito nel penitenziario di Padova, a pochi chilometri da Albignasegi, paese d'origine delle tre ragazze venete, prima di essere trasferito definitivamente in un carcere della Macedonia. Oggi una lapide e una croce, sul luogo dell’eccidio, ricordano le vittime. (c.l.)
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