Di Felice scagionato dalle accuse

15 Ottobre 2019

Inchiesta Capistrello, archiviazione per il tecnico municipale finito agli arresti domiciliari per 27 giorni

CAPISTRELLO. Sull’inchiesta per gli appalti al Comune di Capistrello arriva una richiesta di archiviazione da parte della pubblica accusa accolta dal gip. Richiesta che riguarda il tecnico-ingegnere Romeo Di Felice, 60 anni, di Capistrello.
Il pm Andrea Padalino aveva infatti presentato, il 18 settembre scorso, la richiesta, successivamente accolta dal giudice per le indagini preliminari Carla Mastelli che ha emesso il primo ottobre un decreto di archiviazione. Di Felice esce dunque dall’inchiesta che aveva travolto l’ex amministrazione comunale.
La sua posizione è stata stralciata integralmente con la conseguenza che l’archiviazione è stata richiesta e disposta per tutti i capi d’imputazione contestati fin dall’inizio. «Siamo riusciti a dimostrare la completa innocenza di Di Felice e la totale insussistenza dei reati contestatigli», ha affermato il suo difensore, l’avvocato Fernando Pestilli, «in un caso complesso che ha visto lo scorso anno il mio assistito sottoposto alla misura cautelare degli arresti domiciliari per 27 giorni e per altri 26 costretto alla sospensione dalle funzioni del pubblico ufficio».
L’operazione aveva portato, nel mese di novembre scorso, all’arresto del sindaco Francesco Ciciotti (successivamente rieletto), dell’ex consigliere comunale Corrado Di Giacomo e appunto del responsabile dell’area tecnica Romeo Di Felice. Con un’ordinanza di misura cautelare, emessa dal tribunale di Avezzano ed eseguita dai carabinieri, erano finite nei guai dieci persone, accusate a vario titolo di reati come concussione, corruzione, turbata libertà degli incanti e turbata libertà del procedimento di scelta del contraente, truffa aggravata e falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici. L’indagine, coordinata dal procuratore Padalino, riguardava presunte «gravi irregolarità» nell’affidamento di incarichi e servizi pubblici, in quanto, secondo l’accusa, «venivano sistematicamente violate le norme di trasparenza e imparzialità per soddisfare interessi privati, con il risultato di realizzare un vero e proprio mercimonio della funzione pubblica».
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