Di Piero getta la spugna: «Basta, non ho i numeri, mi dimetto»

Il sindaco va sotto in consiglio, azzera la giunta e attacca i democratici: «Una litigiosità continua» Poi striglia la città: «Bisogna rinnovare la classe dirigente, ora serve uno sforzo da parte di tutti»
SULMONA. Ha aspettato la fine del consiglio comunale per raggiungere la sua stanza e firmare le dimissioni da sindaco della città. Lo ha fatto con poche righe su una lettera con il logo del Comune di Sulmona – che aveva già preparato – per poi consegnarla al protocollo e subito dopo nelle mani del segretario generale. In mattinata, prima dell’inizio del consiglio comunale, aveva già revocato la giunta presentandosi senza i suoi assessori all’appuntamento più importante di questo primo scorcio di mandato amministrativo. Ora il sindaco Gianfranco Di Piero ha 20 giorni di tempo per ripensarci e revocare quelle dimissioni che al momento sembrano irrevocabili. Anche perché i numeri parlano chiaro: nove consiglieri siedono sui banchi della minoranza e solo sette in quelli della maggioranza. L’unica ciambella di salvataggio poteva arrivare dal civico Gianluca Petrella, passato a Italia Viva. Ma nel corso del suo intervento in aula, Petrella ha ribadito che resterà tra i banchi della minoranza: «Non faccio il burattino di nessuno e sono contrario allo scioglimento anticipato di qualsiasi amministrazione. Per questo sono in opposizione costruttiva per trovare una soluzione unitaria alla soluzione della crisi». Come dire, vediamo quello che succede e poi si vedrà. Davanti a questa ulteriore incertezza il sindaco non se l’è sentita di andare avanti annunciando le sue dimissioni. «È giunta l’ora», ha detto in coda al suo intervento in cui ha spiegato che in questi due anni ha navigato sempre in un mare in tempesta tra continue liti scatenate soprattutto dal Partito democratico. «Avrei dovuto dimettermi il giorno dopo le elezioni e non l’ho fatto solo per evitare una figura imbarazzante alla città. Avrei dovuto far pesare il settanta per cento dei voti che ho preso, del successo personale che è stato superiore a quello delle liste, ma ho creduto fino alla fine nella mediazione, nel gruppo, nella possibilità di ricucire la maggioranza. Mi sono fidato, ho sbagliato. Adesso basta, prendo atto che la maggioranza non c’è più». Il sindaco punta il dito soprattutto sul Partito democratico: «La profonda lacerazione che si è registrata all’interno del Partito democratico è stato un elemento determinante per le sorti della mia amministrazione. Io però anche le prime ore nelle ultime giorni ho rivendicato comunque le prerogative del sindaco», sottolinea Di Piero. «Anche nel tentativo di ricostituire una giunta, ho sempre detto che io ascolto tutti e poi decido. E in qualche modo credo che debba essere questo il comportamento corretto perché nell’elezione diretta dei sindaci è la figura del sindaco che assume un ruolo prevalente e preponderante. Però, ecco, non posso negare che la dialettica vivace che si è scatenata all’interno del Partito democratico, essendo il partito di maggioranza, il partito che aveva preso il maggior numero di suffragi nel corso delle elezioni, sicuramente ha pesato sul cammino della nostra esperienza». Ma per il sindaco l’elemento determinante nella decisione di rassegnare le dimissioni sono stati i numeri: «A scuola mi hanno insegnato che la matematica non è un’opinione e con sette consiglieri non si può governare. Ho deciso di dimettermi di fronte ad una oggettiva condizione determinata dal venir meno della maggioranza. Per governare è necessario avere una maggioranza significativa che possa supportare il sindaco e la giunta nell’adempimento del proprio mandato. Purtroppo per una serie di abbandoni che si sono verificati nel corso del tempo, la maggioranza è diventata numericamente minoranza e con soli sette voti in consiglio diventava assolutamente difficile poter proporre di ultimare il mandato. Ho preferito evitare sotterfugi, tentativi di tirare a campare perché non penso che potesse essere questo l’obiettivo e ho dovuto constatare, prendere atto della situazione quindi decidere di rassegnare le dimissioni». Entro venti giorni però, il sindaco potrebbe revocarle. Anche se Di Piero lascia poco spazio a questa evenienza. «Ho sempre ritenuto», conclude Di Piero, «che fosse mio dovere non lasciare nulla di intentato al fine di verificare la possibilità di ricostituire una maggioranza. Penso che la nostra città abbia un assoluto bisogno di ricostruire una classe dirigente. I partiti avevano tanti limiti, però avevano comunque una modalità attraverso la quale veniva selezionata la classe dirigente. È necessario uno sforzo unitario della città».
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