Di Renzo: il mercato ambulante è forma di resistenza culturale

4 Ottobre 2018

L’antropologo si inserisce nel dibattito sul trasloco dal centro: «Capitale storico che detta l’obbligo della sua conservazione»

In relazione alla dislocazione del mercato settimanale nelle trame della viabilità avezzanese sento il bisogno di esporre un veloce parere che mi auguro possa contribuire a sciogliere i nodi della vexata quaestio. Un parere che non scaturisce da soggettive posizioni ideologiche o da specifici interessi di parte, quanto piuttosto da considerazioni “neutrali” che attengono alla sfera delle riflessioni socio-antropologiche. Queste, non ambendo a fornire indirizzi di intervento operativo ma semplici osservazioni critiche dei fatti, permettono di inquadrare il fenomeno dei mercati ambulanti sulla base di quanto esposto.
I mercati ambulanti sono realtà economiche e sociali che accompagnano ovunque e da sempre le più disparate esperienze di scambio delle merci: sia nei quadri dei moderni sistemi monetari sia in quelli delle arcaiche pratiche del baratto; pertanto appartengono al patrimonio culturale condiviso di cui tutte le comunità sono chiamate a esercitare la salvaguardia. I mercati ambulanti, pur imperniandosi sulle attività di scambio commerciale, svolgono finalità differenziate che riguardano il dominio delle relazioni interpersonali, la sfera delle comunicazioni generazionali nonché la dialettica dei rapporti inter-comunitari e (oggi) inter-etnici; di conseguenza si iscrivono a pieno titolo nel novero di quel concetto di mediterraneità di cui è in atto un intenso processo di rivalutazione storica; inoltre costituiscono dei luoghi forti e dinamici dell’identità territoriale che si (op)pongono in maniera diametralmente opposta ai non-luoghi della grande distribuzione organizzata. I mercati ambulanti, per le loro caratteristiche di periodicità e di effervescenza collettiva, hanno ovunque rappresentato un tempo e uno spazio di evasione dall’ordinario, di partecipazione attiva alle pratiche della socialità e di intensificazione del sentimento ludico. In quest’ottica, laddove oculatamente gestiti e rifunzionalizzati nei quadri delle economie della tipicità, potrebbero divenire un potenziale strumento di attrattività turistica dei luoghi che li ospitano. I mercati ambulanti, inoltre, hanno sempre intrattenuto con la città un rapporto intimo, simbiotico, nevralgico. Un rapporto di centralità geografica che trova uno dei suoi più concreti riscontri nell’evidenza toponomastica che alloca le “piazze del mercato” tra le aree più vitali e baricentriche delle città. Aree che, a loro volta, ricavano biunivocamente il loro connotato di centralità beneficiando della presenza umana che gli stessi mercati sono in grado di garantire. Queste considerazioni, se commisurate all’attualità avezzanese, permettono di scorgere nel mercato settimanale un capitale culturale ed economico che ha cadenzato l’intero divenire del moderno capoluogo marsicano. Un momento topico del vissuto cittadino che lega la sua continuità al fatto di inserirsi in maniera integrale nel cuore pulsante dello spazio urbano. Un inserimento topografico e funzionale senza il quale il mercato stesso non avrebbe logiche e motivi di sopravvivenza, venendo a mancare quelle caratteristiche di preminenza simbolica, di facilità d’accesso e di opportunità della messa in scena del sé che solo gli spazi focali delle città sono in grado di assicurare. Ebbene, al di là di tutte le legittime valutazioni tecniche che attengono ai livelli gestionali della sicurezza e della logistica urbana, la riflessione antropologica impone allora di (ri)pensare al mercato del sabato come a un fenomeno di resistenza storica e di resilienza culturale che detta l’obbligo della sua conservazione: oltre le convenienze di parte, oltre le ragioni della mobilità e, soprattutto, oltre le inarrestabili derive social assunte dalle odierne relazioni inter-personali. Derive che, svuotando progressivamente il centro c della presenza umana, hanno immolato sull’altare della virtualità il realismo dell’incontro e la fisicità (piacevole) dello struscio quotidiano.
(* antropologo - Università degli studi di Roma “Tor Vergata”)
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