Di Renzo: il sisma sia una lezione per chi costruisce

di ERNESTO DI RENZO* Esattamente un anno fa, la mattina del 13 gennaio si è svolto in tutta la Marsica un rito di elevatissimo significato simbolico. Alle 7.52 precise le campane di Avezzano,...
di ERNESTO DI RENZO*
Esattamente un anno fa, la mattina del 13 gennaio si è svolto in tutta la Marsica un rito di elevatissimo significato simbolico. Alle 7.52 precise le campane di Avezzano, Capistrello, Luco, Celano, Gioia, Pescina e di numerosi altri paesi hanno suonato in perfetta sincronia per ricordare il disastroso terremoto che ha colpito il territorio azzerandone la storia. È stato un momento carico di intensità e di “grande bellezza” per tutti quei luoghi che hanno subìto l’oltraggio del sisma di cui portano ancora impresse le cicatrici nel tessuto abitativo e nella memoria collettiva. Attraverso il suono delle campane ciò che si è voluto fare è stato fissare l’istante, invertire il fluire del tempo fino a farlo coincidere con quei secondi fatali che hanno prodotto uno iato irreversibile tra il prima e il dopo. E in mezzo a questo iato, morte, distruzione, lutto, tristezza, annichilimento. Attraverso il suono delle campane si è in pratica voluto ricordare il dramma, onorare i morti, celebrare la vita: come è doveroso che sia, come è comprensibile che sia, come è giusto che sia.
Oggi, a 101 anni di distanza da quel lontano mercoledì del 1915, calato definitivamente il sipario sulle liturgie e le commemorazioni pubbliche, che cosa resta del ricordo di quell’avvenimento che non è azzardato definire il Ground Zero del territorio marsicano? Detto in altri termini: a che è servito ricordare e a chi è servito ricordare? Cerchiamo brevemente di comprenderlo.
A differenza di quanto si sente spesso dichiarare allorché si verificano delle calamità, la natura non è mai malvagia, colpevole, assassina. Sostenerlo, al contrario, è qualcosa che serve agli uomini per esonerarsi dai sensi di colpa e per scagionarsi da negligenze che gli appartengono in toto, in quanto collettività o in quanto singoli.
Giudicare la natura assassina in seguito al succedere di fenomeni luttuosi costituisce inoltre un efficace espediente sostitutivo che, conferendo un senso di fatalità agli accadimenti, mira a rabbonire gli animi impedendo alle coscienze di ribellarsi. Ma la natura non è mai assassina, perché la natura non è né buona né cattiva, né giusta né ingiusta, né responsabile né imputata.
La natura è natura e, come tale, segue il suo corso indifferentemente dalle sorti degli uomini. I terremoti, quindi, così come gli tsunami, le eruzioni, le valanghe, le esondazioni, con tutto il portato di vittime e distruzioni che lasciano al loro seguito, non sono mai un mezzo di offesa con cui la natura si vendica sull’uomo che la viola; né sono la punizione che un Dio severo infligge a chi non rispetta le sue leggi. Sono semplicemente il manifestarsi di quelle forze, di quelle energie, di quelle potenze che altro non sono che la Natura stessa. E se vittime ci sono, come innumerevoli ci sono state nella Marsica un secolo fa e come tristemente ci sono state nel 2009 all’Aquila e nel suo circondario, è perché gli uomini pur consapevoli dei rischi che si corrono nel costruire abitazioni insicure in zone a elevata sismicità, decidono di non badare alle conseguenze del proprio operare: per negligenza, per insipienza o per interesse.
A questo deve servire il ricordo: a trarre lezione da ciò che è accaduto, a far sì che i lutti non si ripetano, a formare le coscienze, a identificare i livelli di responsabilità passati e anche futuri. Sì, perché il terremoto non è unicamente un evento naturale che genera conseguenze sulle cose: è anche un evento che produce effetti sul piano umano, sociale, economico e quindi anche politico. A chi serve dunque il ricordo? La risposta è evidente. Il ricordo non serve ai morti, che sono morti e che non possono né rammentare né alleviare le sofferenze dell’essere defunti dal mantenimento della memoria. Il ricordo serve esclusivamente a noi, ai vivi, a coloro che hanno bisogno di riconoscersi come comunità dandosi un’identità che definisca il senso di sé “nel qui e nell’ora”: è per questo che si erigono monumenti, che si proclamano eroi, che si mettono in atto liturgie commemorative del proprio passato.
In conclusione. Per gli Avezzanesi e per i Marsicani l’odierna ricorrenza della “scossa” non deve essere una doverosa pratica del ricordo cui si è chiamati ad attendere in qualità di discendenti di chi è rimasto sepolto sotto le macerie. Altrimenti è come se i morti fossero inutilmente morti. Al contrario, i morti vogliono che il proprio sacrifico non sia stato vano e che serva a mettere sul tavolo della riflessione dei vivi urgenze non eludibili, né derogabili: come la prevenzione, l’adozione di criteri di costruzione sicuri, la dotazione di leggi efficaci contro la corruzione e le infiltrazioni malavitose che puntualmente si scatenano in conseguenza di ogni calamità naturale. L’Aquila docet! Solo in questo modo la memoria dei morti potrà diventare per tutti un’"ombra protettrice" che guida verso un futuro fatto di autenticità, di responsabilità e di piena consapevolezza dell’essere umani.
*(antropologo-docente univers.)
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