Dieci lunghi anni senza Francesco «Un dolore che torna ogni giorno»

Nel decennale della scomparsa del primogenito, il papà Giuseppe Leccese vive un eterno presente «Giustizia e ricorrenze non aggiustano nulla». Oggi una messa, canti e proiezioni in suo onore
L’AQUILA. «Ma quali dieci anni. Mio figlio manca da 3.652 giorni». Dieci anni dopo la scomparsa di Francesco Leccese, a soli 21 anni, papà Giuseppe conta i giorni, se non le ore, senza di lui. Oggi ricorre il decennale dalla perdita più ingiusta, e più dolorosa, che un padre debba sopportare: un figlio morto per mano di un’altra persona, deliberatamente strappato a tutti quelli che gli volevano bene, senza pietà. Una croce, quella che pende dalle spalle di Giuseppe Leccese, ulteriormente gravata dalla mancanza di un perché. Di quei “perché” veri, però. Tutt’altro che retorici. Quei “perché” già di per sé stranianti, sprovvisti come sono del dovuto nesso causa-effetto su cui si finisce con l’arrovellarsi la mente, e insieme l’anima. Di quelli che, qualora ci si impunti proprio nel volersela andare a cercare a tutti i costi, una risposta, ci si vedrebbe subito rimbalzati da un muro di gomma formato da una sola parola, per poi tornare di corsa al punto di partenza: schizofrenia. Solo il nome di una patologia psichiatrica. La stessa, però, che avrebbe armato la mano di Alberto Casiroli, 20 anni, di Lissone (Monza-Brianza), persuadendolo ad accanirsi su Francesco a coltellate. Accadde a Birmingham (Inghilterra), nell’appartamento che Francesco condivideva col suo carnefice e altri 2 coinquilini, 3.652 giorni fa.
DIECI ANNI DOPO
«Il fatto che siano passati 10 anni non mi fa nessun effetto. Francesco continua a non esserci ogni giorno», ribadisce papà Giuseppe alla vigilia del 10° anno senza suo figlio. «In tutto questo tempo», aggiunge, «ho solo cercato di tenere duro per gli altri due figli, appena rientrati da Milano proprio per questa ricorrenza». Di chi lo abbia ridotto a contare i giorni, e le ore, preferisce non parlare, non sapere. Anche perché, dice, «so che gli è stato dato qualcosa di simile all’ergastolo, ma non so neppure dove sia in questo momento. Non voglio pensarci. Penso invece sempre alla mia tavola e a quella sedia vuota da troppo tempo, su cui Francesco mai più si siederà. Né mai lo sentirò più al pianoforte, strumento che adorava, tanto che meditava di imbarcarsi e suonare sulle navi crociera, in giro per il mondo. Così come aveva il sogno di diventare un croupier, cosa che gli era riuscita alla grande». Al punto da farsi subito riconoscere. Quando un baro si accomodò infatti al suo tavolo da gioco puntando tutto sull’inesperienza del nuovo dealer arrivato da Gignano, lui non fece una piega e continuò a dare le carte. Solo dopo, però, aver attivato una particolare procedura con cui riuscì a segnalarlo tempestivamente alla direzione, proprio come previsto in quei casi, con il baro poi preso in consegna dalla sicurezza e lui a beccarsi un premio in denaro dai suoi nuovi datori di lavoro, come ricorda papà Leccese, ancora fiero di lui. «Quando mi hanno detto che era stato ucciso ho pensato subito a quella persona, che forse aveva voluto vendicarsi. Poi però ho saputo che era stato il coinquilino, così mi sono detto che potesse aver agito in cambio di denaro, sempre per conto di quel baro», racconta, rimbalzando da un perché all’altro. «Non contano le commemorazioni, né la condanna all’ergastolo del suo assassino», prosegue tornando sull’inconsolabilità di una perdita come la sua. «Ne ho parlato anche con Vincenzo Vittorini, mio caro amico nel dolore che mi è sempre stato vicino, e che pure sta portando avanti la sua dura battaglia per avere giustizia. Dopo un evento simile, purtroppo, non conta più nulla. Non c’è rimedio alla perdita di un figlio. Io ne sono la prova vivente».
QUANDO TUTTO CAMBIA
Di quel giorno di dieci anni fa, Giuseppe Leccese racconta poi come la notizia deflagrò nella quiete della sua villetta di Gignano, e di ciò che accadde dopo. Il citofono che suona alle 11 di sera, la macchina dei carabinieri sotto casa, il pensiero agli altri due figli e a chissà quale guaio avessero combinato in giro per L’Aquila. Quindi le domande, prese alla larga dal carabiniere, su quel figlio in Inghilterra, e la successiva conferma, solo una volta messo alle strette, che glielo avessero ammazzato. Poi le urla di mamma Alessandra, a svegliare un intero quartiere, e il primo volo disponibile per effettuare il riconoscimento. Era proprio Francesco. Infine la conta dei giorni, che dura ancora oggi.
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