Disabile annegato nel Giovenco: rinviati a giudizio i due sospettati

12 Luglio 2022

Sono accusati di avere abbandonato D’Orazio in stato confusionale e di avere depistato le indagini La madre del 51enne di San Benedetto dei Marsi: aveva solo bisogno d’aiuto, nessuno gli tese la mano

AVEZZANO. Sono stati rinviati a giudizio davanti alla Corte d’assise con l’accusa di abbandono di incapace con l’aggravante di averne causato il decesso. Lo ha deciso ieri pomeriggio, dopo l’udienza preliminare, il gup del tribunale di Avezzano nei confronti dei due giovani di San Benedetto dei Marsi accusati della morte di Collinzio D’Orazio, il 51enne disabile trovato senza vita nel fiume Giovenco, a pochi chilometri da casa, a un mese dalla sua scomparsa. Si tratta di Fabio Sante Mostacci, 31 anni, e Mirko Caniglia, 30enne, che secondo l’accusa hanno abbandonato la vittima in evidente stato confusionale nei pressi del fiume, in una zona fangosa e durante una notte dalle pessime condizioni climatiche.
L’UDIENZA
Si è tenuta davanti al giudice per le indagini preliminari, Daria Lombardi, e al pubblico ministero Maurizio Maria Cerrato. A un perito erano state affidate le trascrizioni delle intercettazioni, su istanza presentata dai legali degli imputati, e il gup, che aveva accolto la richiesta, ha dichiarato ammissibile il materiale emerso dalle intercettazioni a cui erano stati sottoposti i protagonisti della vicenda.
LA MAMMA
All’udienza era presente anche la mamma della vittima, Teresa Di Nicola, che più volte in questi anni è intervenuta pubblicamente per chiedere che venga fatta giustizia su quanto accaduto al figlio e che emerga la verità su quella notte. La donna, insieme all’altro figlio, Ghery D’Orazio, fratello minore di Collinzio, si è costituita parte civile, ricorda il figlio defunto come «un ragazzo d’oro, riservato, sensibile» sottolineando che «quella sera aveva solo bisogno d’aiuto, ma nessuno gli ha teso una mano». Chiede certezza sui tempi della giustizia sperando in un processo celere e aggiungendo che «Collinzio non meritava quello che gli è successo».
I FATTI
Collinzio D’Orazio scompare la notte del 2 febbraio 2019. L’ultima volta era stato visto consumare alcolici al bar del paese nonostante l’incompatibilità con i medicinali che assumeva. C’è anche un filmato fatto con un cellulare che lo riprende davanti al locale. Poi le sue tracce diventano vaghe, fino a quando i due giovani indagati, secondo il loro racconto, lo avrebbero trovato per strada ubriaco decidendo di riaccompagnarlo a casa. Sbagliano però abitazione e a quel punto, secondo l’accusa, decidono di lasciarlo in una strada più isolata. Bisogna arrivare al 23 febbraio. I sommozzatori dei vigili del fuoco trovano il suo corpo nelle acque del fiume Giovenco, dopo lunghe ricerche.
LA RICOSTRUZIONE
I due giovani, secondo la Procura, sapevano dove poteva essere il corpo e avrebbero però continuato in quei giorni a non dire nulla. Anzi, secondo la Procura, avrebbero addirittura depistato le indagini compiute dai carabinieri della compagnia di Avezzano. Nelle indagini è stato necessario il coinvolgimento dei carabinieri del Ris di Roma (Reparto investigazione scientifica) che hanno eseguito accertamenti tecnici sull’auto di Mostacci e accertamenti informatici su cellulari e computer sequestrati. Nella seconda fase delle indagini l’accusa era diventata quella di omicidio volontario. Successivamente il capo d’accusa è tornato quello originario, cioè abbandono di incapace, ma con l’aggravante di aver provocato la morte. L’udienza si terrà il 19 ottobre prossimo davanti alla Corte d’assise dell’Aquila. Il collegio difensivo, che preferisce per ora non commentare la decisione del gup, è composto dagli avvocati Mario Flammini, Franco Colucci e Antonio Milo, i primi difensori di Mostacci, il terzo di Caniglia. Le parti civili, e cioè la mamma e il fratello della vittima, sono assistiti dall’avvocato Stefano Mario Guanciale.
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