Disabile morto, il pm: «Fu abbandonato»

Per i due indagati cade l’accusa di omicidio volontario, lasciarono D’Orazio ubriaco vicino al fiume. Ecco la ricostruzione
SAN BENEDETTO DEI MARSI. Nuovo colpo di scena per il giallo sulla morte di Collinzio D’Orazio, il 59enne disabile di San Benedetto dei Marsi annegato nel fiume Giovenco. All’indomani del nuovo appello della mamma Teresa Di Nicola, che grida giustizia ormai da quasi tre anni e ha minacciato di volersi incatenare davanti al tribunale, arriva il provvedimento di conclusione delle indagini. Il sostituto procuratore Lara Seccacini accusa i due indagati non più di omicidio volontario, ma di abbandono di incapace.
COSA CAMBIA
Secondo la Procura, i due giovani di San Benedetto dei Marsi, Fabio Sante Mostacci e Mirko Caniglia, entrambi di 29 anni, quel 2 febbraio 2019, «dopo aver trovato D’Orazio nella piazza del paese steso a terra e averlo fatto salire in macchina, anziché riaccompagnarlo a casa o in un luogo sicuro, lo avrebbero abbandonato in evidente stato confusionale, anche a causa dei problemi psichici e dell’evidente stato di ebbrezza, sotto la pioggia e alle basse temperature notturne, in una situazione di oggettivo pericolo, in un terreno isolato, fuori dal centro abitato, attraversato dal fiume Giovenco e da un reticolo di strade pericolose da percorrere a piedi».
DEPISTAGGIO
Secondo l’accusa, i due avrebbero continuato anche nei giorni successivi al presunto abbandono a non dire nulla e a non fornire neppure dati utili per il rinvenimento della vittima (avvenuto solo a quasi un mese di distanza dalla sparizione). Anzi, secondo la Procura, avrebbero addirittura depistato le indagini. Nella seconda fase delle indagini l’accusa era diventata quella di omicidio volontario. Che però adesso cambia. Oltre che del reato di abbandono di incapace, Mostacci e Caniglia devono rispondere dell’aggravante di aver causato, con il loro gesto, la conseguente morte di D’Orazio. Rischiano fino a 8 anni di reclusione.
LA RICOSTRUZIONE
D’Orazio viene ritrovato cadavere il 23 febbraio 2019. La notte del 2 febbraio la vittima viene vista consumare alcolici in un bar. C’è anche un filmato fatto con un cellulare davanti al locale. A quel punto le sue tracce diventano vaghe, fino a quando i due giovani indagati, secondo il loro racconto, lo avrebbero trovato per strada ubriaco e avrebbero deciso di riaccompagnarlo a casa. Poi la ricostruzione dei fatti diventa controversa. I due giovani, dopo aver sbagliato casa, avrebbero fatto dietrofront dirigendosi in una strada più isolata, dove sarebbe stato lasciato D’Orazio. In quel punto si perdono per sempre le tracce del 59enne, fino al ritrovamento del cadavere.
LE DIFESE
«Dall’inizio», sottolinea l’avvocato Mario Flammini, che difende Mostacci insieme a Franco Colucci, «siamo stati fiduciosi dell’operato della magistratura e degli inquirenti che con il loro lavoro attento hanno escluso in maniera inequivocabile l’ipotesi di omicidio volontario, dando una risposta certa sia ai familiari sia ai nostri assistiti che, purtroppo, non hanno passato un periodo facile della loro vita, visto il clamore mediatico che ha ricevuto la vicenda. A oggi, resta in piedi l’ipotesi accusatoria di abbandono di persone incapaci, ma affronteremo il processo con la massima serenità, certi anche in questo caso della totale estraneità ai fatti dei ragazzi oggi indagati». «Una ipotesi accusatoria che si fonda sul nulla», incalza l’avvocato Antonio Milo, difensore di Caniglia, «sono certo che in breve tempo verrà sancita l’innocenza del mio assistito». La famiglia D’Orazio è assistita dall’avvocato Berardino Terra.
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